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In Nero all’orizzonte

E’ ancora prematura come notizia, lo so, ma insomma, ecco qua: dopo In Bianco, un altro episodio della vita dell’architetto Saverio Zefiro è all’orizzonte – un altro romanzo giallo che stavolta è nero. A quanto pare, infatti, In Nero dovrebbe uscire verso novembre 2017. Tra parentesi, lo stesso In Bianco verrà successivamente presentato in una nuova edizione. Naturalmente verranno dati dettagli e conferma su queste paginette – o anche su altre appositamente dedicate.

mb

Una motivazione

Una scrittura pulita, lo stile piacevolmente cadenzato, con focalizzazioni interne ai personaggi principali e momenti corali ben costruiti. Un delitto particolare, la ricostruzione che segue una logica coinvolgente per il lettore e che si dipana in modo costante per tutto il romanzo. Le descrizioni eleganti degli ambienti, nonché dei personaggi, rendono perfetto l’intero romanzo. Dialoghi piacevoli, distesi, che si rincorrono con maestria. In sottofondo si percepisce una denuncia delle ingiustizie che rende ancora più credibile e attuale il tutto.

Stamani qualcuno ha suonato alla porta e, invece di un messo di Equitalia, stavolta era il postino che non esigeva firme d’accettazione ma consegnava una busta marrone troppo grande per la cassetta della posta. Ne è uscito un cartoncino in formato A4 con la scritta:

2° Premio Letterario Festival Giallo Garda
Romazi Editi – In Bianco di MARCO BIGLIAZZI

seguita dalla motivazione che ho riportato qui all’inizio. Lì per lì ho pensato che neanche una madre si sarebbe espressa così e se si considera poi che non ho rapporti di parentela con gli organizzatori del Festival la cosa si fa ancor più lusinghiera. Quindi, un grande grazie al Festival Giallo Garda e ai suoi organizzatori, e speriamo che questa motivazione contribuisca convincere qualche lettore in secca a provare ad affrontare le acque gialle di In Bianco.

mb

[postato originariamente su In Bianco]

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Il Retro della Toscana

Cavatorsoli

Marco Bigliazzi, Cavatorsoli, acrilico su tela, 70×50, 2004

Quando mi è capitato di dover parlare in pubblico, per esempio a proposito dei cartoni animati che ho realizzato o, più di recente, alle presentazioni del mio giallo In Bianco, non mi sono mai preparato prima quello che avrei detto. Certo, non è che non ne avessi idea, ma in queste circostanze sono sempre andato abbastanza a braccio, improvvisando in funzione della piega che avrebbe preso il discorso.

Presentando In Bianco mi sono accorto che c’è un argomento che ritorna: quello dei retri dei condomini. La prima volta è saltato fuori quando qualcuno mi ha chiesto perché avessi ambientato la storia proprio a Livorno (io che, tra parentesi, sono di origini pontederesi e, quindi, Pisano, che è come dire un Armeno per un Azero). Le ragioni sono parecchie e non è che sia stato lì ad analizzarle tutte prima di mettermi a scriverlo e neanche dopo; di certo c’entra che, banalmente, Livorno mi piace; mi piace che ci sia il porto, che abbia un aspetto più urbano – cioè di città più grande – rispetto a Pisa, mi piacciono certe aree industriali che vanno a finire in quello che dipingo, e così via. E poi c’è la questione dei retri dei condomini.

Non credo che sia una riflessione così originale, ma tant’è: in generale io preferisco i retri dei condomini rispetto ai fronti. Non parlo qui di palazzi di particolare pregio ma di edilizia corrente: in particolare quella di cui tante città italiane ferite dalla guerra si sono riempite negli anni cinquanta, sessanta e settanta – ma anche prima e dopo. Non sempre, certo, ma molto spesso le facciate di questi edifici mi sembrano di facciata; quasi sempre stanno a metà tra un timidissimo modernismo e la sbiadita copia di roba tradizionale o del passato, e in certi casi il tutto è condito da dettagli di genuina pacchianeria.

I retri, invece, no. I retri nascono per poter essere brutti nella misura in cui basta che non siano disfunzionali: vi ci si possono affastellare superfetazioni e impianti a vista e sono la libera repubblica della deroga dalla simmetria a tutti i costi. La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock (Rear Window, 1954) deve gran parte del suo fascino proprio ai retri dei palazzi che sono la sua unica scenografia.

Questo aspetto squisitamente edilizio ha un suo contraltare umano: nei retri si stendono panni, si accatastano seggiole e si appendono parabole più volentieri che in facciata. Quel che ne vien fuori è una variopinta caoticità che rimanda al singolo, a quello che abita proprio in quella finestra lì. Può succedere anche in facciata, certo, ma non come nel retro.

Bene, ma Livorno cosa c’entra? A parte il fatto, cioè, che comunque buona parte della città è stata costruita – e ricostruita – proprio in queste forme condominiali? Ecco: la Toscana (e anche l’Italia) abbonda certamente di centri storici con tratti, scorci o interi quartieri meravigliosi – Firenze, Lucca, Siena, certe parti della stessa Pisa, solo per dirne alcuni. Livorno, a parte forse per il Quartiere della Venezia Nuova, no. Ma questi centri toscani sono stati rifatti, rimpolpettati, anche pesantemente qualche volta – quasi un falso storico. Ma, senza arrivare a tanto, questi centri si sono imbellettati, hanno perso le loro funzioni fondanti, si sono imborghesiti, sono diventati delle facciate: stanno bene sulle classiche cartoline del turismo di massa. Livorno, no.

Ecco, quello che alle presentazioni di In Bianco mi è capitato – e mi ricapiterà – di dire è che, come esiste il retro di un condominio, Livorno è il retro della Toscana. Con tutto quel che segue.

E, a me, piace.

mb

(postato originariamente su In Bianco)

Il riassunto di zero

Distillati

Ho sempre avuto qualche problema coi riassunti. No, alle elementari mi risucivano, o almeno questo è quel che mi ricordo, il punto è un altro: è che, da quando ho dismesso i panni del ragazzino, l’idea di riassunto m’imbarazza. Chi ha scritto un romanzo sa che è difficilissimo farne una sinossi; certo, col tempo s’impara, ma da quel che leggo in rete pare che sia il cruccio di parecchi autori. Io stesso ci ho messo un po’ a scrivere la sinossi del mio thriller In Bianco. Nella mia veste di cartonanimataro – autore e regista – ho dovuto presentare sinossi dei miei progetti di film e serie televisive a potenziali coproduttori, così come ne ho lette da parte loro. Tuttavia, queste sinossi erano presentazioni riassuntive del progetto, non del prodotto – e c’è una bella differenza.

Per tornare ai riassunti in senso proprio, a tutti sarà capitato che qualcuno vi chieda com’è andato a finire un film che per qualche motivo non ha seguito sino in fondo (perché si è addormentato, è saltata la corrente, ecc.). Oppure che inizi a parlarvi del libro che sta leggendo o che ha appena terminato con dovizia di particolari – trama, personaggi, drammatizzazione di certe scene con l’ausilio di efficace mimica e gestualità. Ecco, questi sono due casi che mi mettono in crisi. Il secondo, perché non voglio che mi si racconti un libro o un film: fintantoché mi si dice in breve di che si tratta, tutto bene, mi è utile per poter scegliere; ma non andate oltre, grazie. Non si può descrivere un’opera senza mutilarla e distruggerla. Se no, non ci sarebbe bisogno di musei e biblioteche. Per questo stesso motivo, credo, vado nel pallone nel primo caso, cioè quando mi si chiede di raccontare riassumendo. Forse è solo un problema mio, che non riesco a trovare il giusto mezzo tra didascalia lapidaria e compendio prolisso, o magari sono solo pigro.

Comunque sia, queste riflessioni mi sono state innescate da una novità di questi giorni, quella dei Distillati, iniziativa di una casa editrice del gruppo RCS: grandi bestseller in meno della metà delle pagine. Un modo per avvicinare alla lettura gente sempre più frettolosa e senza un minuto da perdere? Che ha smarrito l’abitudine a leggere? Il sistema per vendere qualche titolo in più?

Sul loro sito, ci tengono a sottolineare che hanno ridotto le pagine, non il piacere: i libri sono distillati, non riassunti. Quest’ultima precisazione è rivelatrice: il riassunto è qualcosa di negativo, fa pensare ai bignamini dei tempi del liceo, mentre viene assicurato che l’atmosfera, le emozioni, la suspense e lo stile dell’autore vengono mantenuti inalterati. Non si tratterebbe di riassunti né di edizioni semplificate: per indicare questo miracolo editoriale è stata scelta una parola magica: distillato. Il distillato è il buono quintessenziale, il meglio del meglio, qualcosa come la grappa a partire dalle vinacce. Un alieno studioso di terrestri e profondo conoscitore dei loro costumi ma all’oscuro dei meccanismi del marketing potrebbe concludere che allora il libro distillato dev’essere migliore dell’originale. Il termine in effetti dice proprio questo.

Essendo un po’ più smaliziati dello studioso alieno (spero) tutti sappiamo che non è così, che si tratta di un trucco promozionale per lanciare un prodotto laddove parole come riassunto e bignami stanno dietro l’angolo della coscienza anche del lettore più distratto. Ma diciamolo: in fin dei conti, sempre di un riassunto si tratta; fatto con attenzione, magari rispettoso, ma pur sempre un riassunto. O un’edizione semplificata – si potrebbe dire alleggerita.

Il che non sarebbe neanche una gran novità. Nella narrativa di genere, quella gialla ad esempio, è un’operazione che è stata fatta con le traduzioni di autori stranieri almeno fino alla fine degli anni sessanta. Tanto per dirne uno: Il Paese del maleficio di Ellery Queen, uno dei più significativi dell’autore proprio dal punto di vista letterario, era stato alleggerito di almeno un terzo quando uscì in Italia per la prima volta. All’insaputa dei lettori, avevano tagliato descrizioni d’ambiente, di personaggi, dialoghi. L’avevano distillato.

Forse i distillati del gruppo RCS sono distillati meglio di questo, non saprei. Il punto però è che se questi distillati fossero davvero efficaci allora perché si dovrebbe leggere l’originale? Che ci starebbe a fare, quest’ingombrante fardello?

Quando ho saputo di questa novità d’istinto mi è venuto in mente il camion dei pompieri-lanciafiamme di Fahrenheit 451. La tendenza sembrerebbe quella immaginata da Bradbury sessantatré anni fa: una progressiva erosione della letteratura. In quel romanzo si arrivava fino alla sua sostituzione col divieto. Si tratta di una distopia paradossale, assurda, ma indice di un esito che passa attraverso lo sgretolamento della scrittura e della lettura.

Ho l’impressione che questi distillati non siano che un altro mattoncino a sostegno della stoltificazione di massa. E’ vero che ci sono libri che potrebbero essere distillati senza versare una lacrima (come viene spiegato qui da Mauro di Leo), ma – almeno per me – sono quei libri che potrebbero anche non essere mai stati scritti.

Il distillato di zero è zero. Anche il suo riassunto.

mb

(originale postato su https://delittoinbianco.wordpress.com/2016/01/13/il-riassunto-di-zero/)