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Un blog per Taratabong

taratabong_blog

Dopo qualche anno da quando andò in onda (su Rai 3) il primo episodio, ecco online il sito/blog dedicato a Taratabong! Il Mondo dei Musicilli, la serie animato che ho creato insieme a Fabrizio Bondi e diretto per 52 episodi, con le musiche di Patrizio Fariselli e che al momento è trasmessa un po’ in tutto il mondo (ma non in Italia).

Some years after the airing of the first episode, the website/blog of Taratabong! The World of Meloditties is now online, the series that I created with Fabrizio Bondi and directed for 52 episodes, with the music by Patrizio Fariselli, still broadcasted all over the world (except Italy).

Grafica & Tamburi

Da quando ero un segaligno dodicenne suono la batteria. Fra breve, tra parentesi, uscirà il disco dei Parafulmini, la band in cui scrivo musichette e percuoto pelli e metalli, Tenere Fuori Dalla Portata Dei Bambini. Questa, comunque, è solo una breve riflessione, gratis, sulle percussioni – specie per quel che riguarda tamburi e piatti.

Ho sempre avuto l’impressione, suonando o ascoltando un brano di musica, che i suoni di tamburi e piatti (in particolare l’hi-hat e il ride, ma anche certi china type) equivalessero alle linee grafiche, ai tratti di un disegno: come dire che la batteria traccia i contorni mentre altri strumenti non percussivi forniscono le campiture.

Chissà. Forse sarà anche perché disegno, anche da prima che iniziassi a suonare la batteria, che mi vengono in mente cose del genere. Però, non mi sembrano poi tanto fuori dal vaso – o, meglio, fuori tempo.

mb

Non solo analfabeti

Marco Bigliazzi, Urban Anatomy Sketch 3, 2014

Da qualche tempo, per i motivi che ho esposto qui, ho aperto un profilo faccialibro, ancorché farlocco, e di conseguenza sono venuto a contatto con la sociologia social. Benché io sia ben lungi dal reputarmi un antropologo anche di livello amatoriale, ne ho viste di cose che – benché a posteriori tutto sommato banali nel senso che già si poteva ben immaginarsele – creano sempre una certa sorpresa o costernazione, quando ce le si trovi davvero davanti.

Tra le tante (e ormai ben note: dal razzi-fascismo al qualunquismo ascientifico a un assortimento di fanatismi complottoidi) su tutte impera l’apparente, disastroso analfabetismo di gran parte dei faccialibrini. Ben al di là della semplice sgrammaticatura o del refuso, questi esempi che fanno apparire la congiuntivite fantozziana un’Accademia della Crusca varcano l’orizzonte degli eventi del buco nero della pura ignoranza.

Ho scritto apparente non per soverchia fiducia nelle facoltà linguistiche dei miei compatrioti, ma perché ritengo che la gran parte di questi errori/orrori sia da imputare, oltre che al suddetto e indiscutibile pozzo nero di scienza grammaticale, alla foga di manifestarsi. E’ vero: il massacro degli ausiliari essere e avere (è come congiunzione, ho come disgiunzione, e-o-ai-anno & c. come verbi) è compiuto – e forse dipende anche da regionalismi non trattati; il condizionale è spesso un apparecchio per rinfrescare l’aria; la consecutio per carità, meglio la persecutio.

Tuttavia, ho l’impressione che il meccanismo soggiacente a tanto stupro (formale: ma non solo) sia dato in buona misura dall’urgenza di rispondere a tono, di affermare il proprio punto,  di non farsi mettere i piedi in testa senza perder tempo in ragionamenti – e difatti proprio questi vanno a farsi friggere. Una specie di talk show col monitor in cui chi scrive lo fa nel privato del proprio giramento di scatole e delle proprie coronarie ingrossate, senza por tempo in mezzo tra una stoccata e l’altra. Cercar di scrivere correttamente, in questo senso, non sarebbe solo un vezzo da eruditi, ma – in sovrappiù – una forma di rispetto per l’interlocutore. Anche quando quest’ultimo di rispetto non ne meriti granché.

Perciò, ben lungi dall’essere solo un fatto di natura formale determinato da cause formali, si tratta di un sintomo sinistro specifico di questi social, proprio per il meccanismo con cui funzionano.

Non solo analfabetismo, insomma.

mb

 

Vivere Bio: Deodorante per Ambienti al Tonno Naturale

NOVITA’ – Una nuova fragranza tutta particolare per la casa, il Deodorante per Ambienti al Tonno Naturale nel suo pratico ed elegante diffusore, adatto dalla toilette alla sala, dal ripostiglio alla camera da letto, conferisce un tocco d’originalità e fantasia a ogni abitazione. Disponibile anche nelle versioni Stoccafisso Ammollato e Cozza Spiaggiata.

La Grande Guerra Bacata | The Great Wormy War

Marco Bigliazzi (from Magritte), The Great Wormy War, 2016

Marco Bigliazzi (from Magritte), The Great Wormy War, 2016

Esistono varie versioni di un famoso dipinto di René Magritte intitolato La Grande Guerra (La Grande Guerre), quello con la mela verde che nasconde il volto dell’uomo con la bombetta. Questa è una mia rielaborazione, La Grande Guerra Bacata.

There are a few versions of a famous René Magritte’s painting, titled The Great War, the one with the green apple hiding the man’s face. This one is my silly version, The Great Wormy War.

Una Menzione Speciale

GialloGarda

Un paio di settimane fa mi è arrivata un’inaspettata lettera elettrica. Visto che la quantità delle comunicazioni-spazzatura che riesce a intrufolarsi tra le maglie dei filtri antispam è comunque notevole, sulle prime ho pensato che potesse trattarsi di qualcosa del genere. Invece no: l’oggetto era Premio Letterario Festival Giallo Garda e il contenuto non era a proposito di cronografi assemblati, ingrandimenti di parti anatomiche o vincite a lotterie messicane. In breve, si trattava delle congratulazioni, fatte all’editore – Atmosphere Libri – e a me, per la menzione speciale conferita dalla giuria del Premio Letterario al mio romanzo In Bianco.

Insomma, non era spam: era vero, come si può vedere anche qui. Grazie, Giallo Garda.

mb

L’Equivoco Gratuito (Lunga Vita agli AdBlocker)

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Marco Bigliazzi, Urban Anatomy Sketch 1, pastel, pencil and ball pen on paper, 2014

gràtis voce latina divenuta italiana, sincopato da GRATIIS ablat. plur. di GRATIA grazia, favore, benevolenza, astratto di GRATUS grato […] Gratuitamente, Di pura grazia, Senza pagamento

dal Dizionario Etimologico Online

Gratis è una parola magica. Benché tutti lo sappiano, o almeno lo sospettino, queste due sillabe di nobile ascendenza latina fanno dimenticare che nessuno fa o dà mai niente per niente. Specialmente se lo dice. Ricordo un manifesto, anni fa, affisso a un muro in città con su scritto, cubitale: BIRRA GRATIS, accanto all’immagine di una bottiglia. Grazie a quest’incipit veniva spontaneo avvicinarsi e leggere il seguito, in corpo minore: Ecco, ora che abbiamo attirato la tua attenzione, vorremmo dirti che… eccetera eccetera. Non era vero che regalassero la birra, il resto non c’entrava niente, era solo un’esca e funzionava, per lo meno come richiamo. L’idea di ottenere qualcosa, qualsiasi cosa, senza pagarla è impagabile, come esca. Quest’esempio potrebbe sembrare fuorviante: ce ne sono tuttavia a migliaia di più calzanti, sparpagliati un po’ dappertutto, nel web come nel mondo vero. Tra i tanti, il primo che mi salta in mente è quello sulla pagina principale di faccialibro: Iscriviti. È gratis e lo sarà sempre.

Faccio presente che io, come Marco Bigliazzi, non faccio parte dell’allegra brigata di amichetti su fb, però com’è fatta la pagina di accesso lo so: c’è una pagina sul mio romanzo In Bianco, per esempio, che gestisco da un profilo farlocco che non uso per altro.

Il punto comunque è che, in realtà, faccialibro non è gratis, non lo è stato né, presumibilmente, lo sarà mai. Tutti i suoi milioni di utenti, chi più chi meno, l’hanno sempre pagata questa loro appartenenza al social network per eccellenza, e cara. Non si spiegherebbe come mai il fondatore della summenzionata rete sociale sia uno dei tizi più ricchi del mondo.

A quasi tutti non sembra di pagare perché a quasi nessuno interessa la propria riservatezza, la famosa privacy. Faccialibro, come moltissimi altri – primo tremendo rapace fra tutti, Google – traccia, memorizza, usa e ridistribuisce le informazioni che ricava dai suoi iscritti a esclusivo proprio vantaggio, senza che l’utente lo sappia, contando anche sul fatto che questi di norma non farà nessuno sforzo per sapere – visto che gli sarà reso difficile farlo – e, anche in quel caso, tanto se ne fregherà.

Gran parte di questi rapaci digitali in genere si nasconde dietro alla parola gratis. C’è un mucchio di servizi di tutti i tipi che cerca di farti iscrivere gratis, da linkedin al meteo, da certi forum a certi blog. Riusciranno comunque a tracciarti anche senza che t’iscriva: molte sono le tecniche, che vanno ben oltre i cookies (oggetto di una normativa europea ridicola, che ha aggiunto solo fastidio per gli utenti senza aumentarne la consapevolezza e non ha scalfito la prassi dei rapaci): beacons, supecookies, e altri aggeggi vari, tutti votati al solo scopo di redigere un profilo dell’utente con la sua storia, preferenze, dati personali e così via. Tutte informazioni da gestire in grandi quantità, in quelli che si chiamano i big data che fanno tanto gola alle grandi compagnie. Per farne cosa?

Si tratta di marketing, quella prassi che gli addetti del settore cercano di far passare per una scienza quasi esatta benché non si discosti granché dal gioco dei bussolotti. Tanti più dati avranno questi signori, comunque, tanto più riusciranno a scostarsi dai bussolotti, e cioè: quanto più si faranno gli affari tuoi (meglio se di nascosto) tanto più potranno tempestarti di pubblicità alla quale potresti essere sensibile. Lo chiamano targeted advertising o retargeting, cioè aggiustare il tiro.

Perché in fin dei conti quel che conta è la pubblicità e, in questo caso, la pubblicità in rete (online advertising). Credo che tutti abbiamo un’idea di quanto fastidiosa e intrusiva sia diventata negli anni: banner animati, pop-up, pop-under, slide-in, e molte altre piacevolezze. Dai gestori di testate d’informazione ai negozi online, praticamente tutti hanno usato e abusato di questi strumenti, che vanno di pari passo col tracciamento e la profilazione degli utenti, per spremerli ben oltre il consentito. E anche oltre la sopportazione: ecco perché da un pezzo a questa parte c’è stata una reazione e sono comparsi gli AdBlocker, i blocca-pubblicità (il primo plugin per browser che consiglierei è Ghostery, che protegge efficacemente dal tracciamento, e in aggiunta un AdBlocker vero e proprio, come AdBlock Plus, o uBlock-Origin).

Con notevole faccia di bronzo, i pubblicitari (e i loro clienti) hanno cominciato a levare alte grida di dolore alla prospettiva di un calo nella diffusione pubblicitaria e relativo fatturato, oltraggiati dagli utenti che avevano osato difendersi dal loro aggressivo malcostume. Da un parte hanno trovato qualche appoggio da gente compiacente (programmatori, altri pubblicitari) che, pur con un doveroso mea culpa ispirato dall’evidenza di fatti che non potevano essere spazzati sotto al tappeto, bollava più o meno apertamente come scroccone chiunque adoperasse un adblocker; dall’altra, sono passati alla controffensiva, e cioè hanno inventato gli anti-adblockers, cioè gli anti-bloccapubblicità, che compaiono sotto forma di cartello invasivo su certi siti avvisando di disattivare l’adblocker se si vuole proseguire (su Wired e Forbes, ad esempio).

Battaglia persa in partenza, anche questa, visto che sono subito spuntati – indovinate un po’? Gli anti-adblock-blockers, cioè i blocca-anti-blocca-pubblicità, e qui ci sarebbe da ridere ma tant’è. Sembra eccessivo? Io ritengo che sia solo normale, anzi legittimo. Sui suddetti cartelli invasivi che invitano a disattivare l’adblocker si legge spesso che la loro pubblicità non sarebbe intrusiva: pentimento tardivo da parte di chi sino a ieri si è impegnato a tracciarti, schedarti e massacrarti di pubblicità, non certo a guadagnare la tua fiducia.

Un’obiezione che viene mossa a questo punto è che la rete si regge sulla pubblicità; anche siti d’informazione con contenuti rilevanti e di qualità (non il diffusissimo ciarpame di stoltificazione di massa) vivrebbero di questa. La mia risposta è: e allora? Bisognerebbe che quei siti fossero a pagamento, anche basso. Per togliere la pubblicità dal proprio blog su WordPress, ad esempio, basta pagare una piccola quota annuale. Se nessuno vuole spendere un centesimo per qualcosa che vale o che gli sta a cuore, questo qualcosa per me non ha ragione d’esistere gratis, visto che poi, tanto, gratis non è.

Sarebbe l’ora di sbarazzarsi di quest’equivoco. È gratis!

mb

Tre ore di Taratabong

Sul canale YouTube ufficiale inglese di Taratabong, la serie animata che ho creato insieme a Fabrizio Bondi e diretto qualche anno fa, è stato pubblicato un video di tre ore con almeno metà di tutti i cinquantadue episodi. Non l’hanno ancora fatto, ma è possibile che, siccome queta versione sarebbe rivolta al mercato anglofono, tra un po’ ci mettano il blocco per l’Italia, vale a dire che in quel caso verrebbe fuori la simpatica faccina che dice sorry this video is unavailable. Ci sono diversi modi per aggirare questo problema idiota (in un mondo globalizzato), e il più semplice è vedere il video installando qualche plugin tipo ProxTube (se usate Firefox, ma ci sono alternative anche per altri browser). Ah, nota a margine, ma non tanto marginale: le musiche di Taratabong sono di Patrizio Fariselli.

In Bianco al FiPiLi Horror Festival 2016

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FiPiLi potrebbe sembrare il soprannome di qualche adolescente amante del fantasy, del suo gatto o dell’amico di qualche Puffo e invece no: è il nome della Strada di Grande Comunicazione Firenze-Pisa-Livorno, quella che dal capoluogo toscano arriva alla costa, in breve la FiPiLi.

E’ un modo per designare una parte della Toscana, in questo caso sbilanciato decisamente verso la costa. Infatti, il FiPiLi Horror Festival è un’iniziativa labronica che dura vari giorni e, arrivata alla sua quinta edizione, si tiene proprio a Livorno.

Quest’anno, tra gli altri eventi in programma, c’è anche il mio romanzo In Bianco, che presenterò Sabato 23 Aprile alle 17:00, nel Foyer del Nuovo Teatro delle Commedie in via Terreni 5 (davanti al Cisternone) introdotto dall’amico Francesco Parasole. Quindi In Bianco, che è ambientato a Livorno, torna proprio nella sua città.

Ci vediamo lì, se vi va. Sarete i benvenuti.

mb