Ipocrisia + ricatto = pubblicità

Cercando in rete informazioni su un’ennesima, eccitante novità tecnologica inventata dal governo (leggi: elettroburocrazia inutile e malfunzionante), la cosiddetta Carta del Docente (che meriterebbe da sola un’articoletto di fantapolitica), mi sono imbattuto nel seguente cartello:

ipocriti

Il sito in questione è Blasting News che, come molti altri, ha deciso di giocare la carta del vittimismo per colpevolizzare gli utenti che legittimamente si difendono dall’invasione della propria riservatezza (leggi: tracciamento e profilazione, perlopiù a loro insaputa) e da una pubblicità sempre più martellante e intrusiva.

Ho già scritto altrove a proposito degli AdBlocker, ossia i blocca pubblicità, della guerra che si è scatenata loro intorno e del perché essi non possano essere considerati fuorilegge né moralmente discutibili. Qui mi limiterò a tradurre il simpatico cartello:

ipocrititraduzione

Ecco. E’ chiaro infatti che non può essere in nessun caso colpa tua, utente, se un datore di lavoro decide di licenziare qualcuno o se la sua azienda va a rotoli perché non riesce a stare in piedi senza tracciarti, profilarti o martellarti. Di che si tratta allora? Di ipocrisia e ricatto, gli ingredienti di cui – almeno in casi come questo – è fatta la pubblicità.

mb

Faccialibro, la rete nepotistico-clientelare

Per un bel pezzo ho resistito a faccialibro. Adesso ho deciso di capire meglio come funziona e se mi può essere utile per quel che scribacchio e scarabocchio. Sia chiaro: non mi piaceva prima (per quel che ne sapevo) e non mi piace adesso. Facile da dire: la maggior parte della gente che ci staziona sopra fa lo stesso, eppure eccola lì. Sembra quasi che molti sentano doveroso scusarsi di avere un profilo faccialibro e di usarlo, come consapevoli che c’è qualcosa di sbagliato, di cui vergognarsi, che è poco serio, adolescenziale o peggio.

mb_dito_blu_revIl punto è che faccialibro fa leva proprio sul suo aroma d’adolescenza e su un altro paio di meccanismi, per come l’ho capita io, al fine di attirare la gente. A parte l’inconfessato desiderio di tanti ormai cresciuti, ossia il sapore giovanile (ben esemplificato dalle mostruose emoticons e altre rappresentazioni di emozioni che faccialibro elargisce a piene mani e che ricordano una brutta versione del diario delle medie di – appunto – un adolescente), uno di questi meccanismi è la nostalgia. Potentissima, ha cominciato a plasmare il mercato da almeno una trentina d’anni, forse più: dalla musica al design alla moda, a quel che si vuole. Il mercato della nostalgia non ha mancato di produrre mostri (come le cover bands) ma quel che interessa qui è che faccialibro è sempre stato promosso come sistema per rimanere in contatto e ritrovare vecchie conoscenze, anche e soprattutto quelle quasi o del tutto dimenticate. Il che, ovviamente, non prende in considerazione il perché le si siano dimenticate e si viva bene lo stesso. Oscuri vicini di banco delle elementari, fidanzatine/i di una settimana, compagni di merende del liceo o di più o meno orgiastiche festicciole universitarie, eccoli tutti lì, inquadrati nelle fototessere o rappresentati dalle figurine presumibilmente umoristiche dei profili, a inanellare una rete di conoscenze che, più spesso che non, sollevano dubbi sul valore dei propri trascorsi e sull’aderenza al vero di certi ricordi.

Insomma, quando inizia a prendere corpo questa rete di conoscenze, quella che renderà l’esperienza veramente sociale, si potrà forse cominciare a capire come funziona faccialibro, coi suoi mipiace o laic (like), condivisioni (o share) e così via. Sorvolerò al momento sugli aspetti di tracciamento, violazione della riservatezza e schedatura degli utenti da parte di Zuckerberg e soci (di cui ho già scritto qualche riga qui), per concentrarmi sul presunto potere di questa rete sociale dal punto di vista della diffusione (anche commerciale) di quel che uno ci pubblica – che si tratti di immagini, di testi brevi o lunghi o di video.

Per farla breve: faccialibro funziona come una rete nepotistico-clientelare. Per usare la terminologia di fb, sarebbe una rete di amici, sia pure nel senso idiota dato da faccialibro al termine, ma la sostanza non cambia. Ci saranno forse dei controesempi, ma mi pare di capire che la stragrande maggioranza di ciò che si diffonde su faccialibro, specie nelle prime fasi, lo fa soprattutto non per meriti di qualità intrinseci ma per catene di amicizie-clientele che si instaurano tra i vari gruppi di amichetti: quelli che mi piace perché ti conosco e magari non posso non farlo sennò faccio una figuraccia. Di qui, la corsa ad accaparrarsi più amichetti possibile, anche i più oscuri sconosciuti.

Il che la dice lunga sul business model (come certi amano dire) che ci sta dietro.

mb

La Grande Guerra Bacata | The Great Wormy War

Marco Bigliazzi (from Magritte), The Great Wormy War, 2016

Marco Bigliazzi (from Magritte), The Great Wormy War, 2016

Esistono varie versioni di un famoso dipinto di René Magritte intitolato La Grande Guerra (La Grande Guerre), quello con la mela verde che nasconde il volto dell’uomo con la bombetta. Questa è una mia rielaborazione, La Grande Guerra Bacata.

There are a few versions of a famous René Magritte’s painting, titled The Great War, the one with the green apple hiding the man’s face. This one is my silly version, The Great Wormy War.

Una motivazione

Una scrittura pulita, lo stile piacevolmente cadenzato, con focalizzazioni interne ai personaggi principali e momenti corali ben costruiti. Un delitto particolare, la ricostruzione che segue una logica coinvolgente per il lettore e che si dipana in modo costante per tutto il romanzo. Le descrizioni eleganti degli ambienti, nonché dei personaggi, rendono perfetto l’intero romanzo. Dialoghi piacevoli, distesi, che si rincorrono con maestria. In sottofondo si percepisce una denuncia delle ingiustizie che rende ancora più credibile e attuale il tutto.

Stamani qualcuno ha suonato alla porta e, invece di un messo di Equitalia, stavolta era il postino che non esigeva firme d’accettazione ma consegnava una busta marrone troppo grande per la cassetta della posta. Ne è uscito un cartoncino in formato A4 con la scritta:

2° Premio Letterario Festival Giallo Garda
Romazi Editi – In Bianco di MARCO BIGLIAZZI

seguita dalla motivazione che ho riportato qui all’inizio. Lì per lì ho pensato che neanche una madre si sarebbe espressa così e se si considera poi che non ho rapporti di parentela con gli organizzatori del Festival la cosa si fa ancor più lusinghiera. Quindi, un grande grazie al Festival Giallo Garda e ai suoi organizzatori, e speriamo che questa motivazione contribuisca convincere qualche lettore in secca a provare ad affrontare le acque gialle di In Bianco.

mb

[postato originariamente su In Bianco]

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Si può non adorare Bob Dylan?

Si può essere di sinistra, progressisti e così via e non adorare Bob Dylan? Penso di sì. A me, per esempio, Bob non è mai piaciuto – ma proprio per niente – eppure non mi pare che ciò faccia di me un conservatore o un neoliberista o peggio. Né mi sarebbe mai venuto in mente di scrivere un post su BD se non fosse perché a Stoccolma gli è stato assegnato il Premio Nobel per la letteratura 2016, cosa che lo ha innalzato sulla cresta dell’onda nelle testate d’informazione e nei chiacchiericci delle reti sociali.

Personalmente non m’interessa granché la diatriba, subito esplosa, sulla levata di scudi di alcuni scrittori contro quest’attribuzione. Non trovo che sia sbagliato, in principio, considerare un letterato chi scrive testi di canzoni. Il punto è un altro, e cioè che, fosse per me, a BD non avrei assegnato un Nobel né per la musica (se esistesse) né per la letteratura.

Tutta l’importanza che gli è stata e continua a essegli tributata è, a mio avviso, sproporzionata rispetto ai meriti, che restano più a livello di fenomeno d’interesse storico e sociologico, casomai, che artistico. Che lui e altri abbiano rappresentato – o siano stati trasformati in – qualcosa di molto importante in un determinato momento è fuor di dubbio, nel bene e nel male, ma per quanto mi riguarda la penso più come un altro signore di quei tempi, ossia Frank Zappa che, oltre a parlarne nella propria autobiografia (The Real Frank Zappa Book, 1988) lo mette in parodia in Flakes (da Sheik Yerbouti, 1979); e questo benché agli inizi, alla metà degli anni ’60, lui stesso lo avesse apprezzato.

Forse un riconoscimento mondiale dovrebbe andare al di là di un limitato periodo creativo e significativo. A livello del tutto personale, trovo che BD musicalmente non significhi niente mentre come testi marci abbondantemente su una retorica facile, dai toni anche melensi e dagli slogan stucchevoli che, non a caso, sono diventati inni di associazioni cattoliche o analoghe congreghe. Del resto, proprio lui nel 1978 non era diventato un Born Again?

Forse qualche bella canzone non basta, ecco. Anche se a me per la verità – perdonatemi – non piace neanche quella.

mb

Una Menzione Speciale

GialloGarda

Un paio di settimane fa mi è arrivata un’inaspettata lettera elettrica. Visto che la quantità delle comunicazioni-spazzatura che riesce a intrufolarsi tra le maglie dei filtri antispam è comunque notevole, sulle prime ho pensato che potesse trattarsi di qualcosa del genere. Invece no: l’oggetto era Premio Letterario Festival Giallo Garda e il contenuto non era a proposito di cronografi assemblati, ingrandimenti di parti anatomiche o vincite a lotterie messicane. In breve, si trattava delle congratulazioni, fatte all’editore – Atmosphere Libri – e a me, per la menzione speciale conferita dalla giuria del Premio Letterario al mio romanzo In Bianco.

Insomma, non era spam: era vero, come si può vedere anche qui. Grazie, Giallo Garda.

mb

The Five Onion Rings

Fried Onion Rings

Fried Onion Rings

It seems that in Rio a bombastic, useless – even ill-fated for Brazilians – manifestation called Olympic Games has begun. It seems also that billions people are watching the thing on telly. Frankly, I don’t give a [you fill this space] to such dumb stuff. To the five circles, I prefer fried onion rings by far. Is there anyone out there of the club?

Individui formato famiglia

Marco Bigliazzi, Schizzo Addormentato 18, pastello, grafite e biro su carta, 2014

Marco Bigliazzi, Schizzo Addormentato 18, pastello, grafite e biro su carta, 2014

I consumi delle famiglie. Il reddito delle famiglie. Il bilancio delle famiglie. I bisogni delle famiglie. I luoghi di vacanza delle famiglie. Il/la [riempite voi lo spazio] delle famiglie. Da parecchio tempo, ormai, molti temi di natura economica e sociale vengono riferiti sempre a un’unità molto precisa: la famiglia. In un mondo familiare come questo è normale che l’individuo sparisca, ovvero diventi qualcosa di statisticamente e culturalmente irrilevante. Non solo il single, ma anche l’individuo che pure è parte di un nucleo familiare, perdono la dignità di essere contati, figuriamoci poi di contare. Monade indissolubile di questo universo contemporaneo è la famiglia e guai a chi se ne pone fuori anche solo per un minuto: diventa un asociale, una minaccia, o semplicemente trascurabile – oppure, come si dice da queste parti, un bischero sciolto.

Credo si possa ringraziare di questo risultato la millenaria tradizione della chiesa e dei suoi membri assieme alla bigotta ipocrisia dei suoi sostenitori politici, economici e culturali – gli stessi (liberisti, perlopiù) che hanno sempre paventato lo spauracchio della perdita d’identità individuale e di libertà di fronte all’estensione dei diritti e all’equa distribuzione delle risorse, sbrigativamente bollata come strumento di massificazione comunista (vedi, giusto per fare un esempio, l’opposizione USA alla sanità pubblica).

Così, oggi, se non sei una famiglia non sei nessuno, non hai certi diritti. Non importa se sei una persona, che potrebbe anche scegliere se e come strutturarsi in una famiglia più o meno allargata oppure no, sei solo trascurabile. Quelli che contano, anche se poco, anche solo per fini statistici, sono gli individui formato famiglia. Bye bye a tutti gli altri.

mb

L’Equivoco Gratuito (Lunga Vita agli AdBlocker)

UrbanAnatomySketch_01

Marco Bigliazzi, Urban Anatomy Sketch 1, pastel, pencil and ball pen on paper, 2014

gràtis voce latina divenuta italiana, sincopato da GRATIIS ablat. plur. di GRATIA grazia, favore, benevolenza, astratto di GRATUS grato […] Gratuitamente, Di pura grazia, Senza pagamento

dal Dizionario Etimologico Online

Gratis è una parola magica. Benché tutti lo sappiano, o almeno lo sospettino, queste due sillabe di nobile ascendenza latina fanno dimenticare che nessuno fa o dà mai niente per niente. Specialmente se lo dice. Ricordo un manifesto, anni fa, affisso a un muro in città con su scritto, cubitale: BIRRA GRATIS, accanto all’immagine di una bottiglia. Grazie a quest’incipit veniva spontaneo avvicinarsi e leggere il seguito, in corpo minore: Ecco, ora che abbiamo attirato la tua attenzione, vorremmo dirti che… eccetera eccetera. Non era vero che regalassero la birra, il resto non c’entrava niente, era solo un’esca e funzionava, per lo meno come richiamo. L’idea di ottenere qualcosa, qualsiasi cosa, senza pagarla è impagabile, come esca. Quest’esempio potrebbe sembrare fuorviante: ce ne sono tuttavia a migliaia di più calzanti, sparpagliati un po’ dappertutto, nel web come nel mondo vero. Tra i tanti, il primo che mi salta in mente è quello sulla pagina principale di faccialibro: Iscriviti. È gratis e lo sarà sempre.

Faccio presente che io, come Marco Bigliazzi, non faccio parte dell’allegra brigata di amichetti su fb, però com’è fatta la pagina di accesso lo so: c’è una pagina sul mio romanzo In Bianco, per esempio, che gestisco da un profilo farlocco che non uso per altro.

Il punto comunque è che, in realtà, faccialibro non è gratis, non lo è stato né, presumibilmente, lo sarà mai. Tutti i suoi milioni di utenti, chi più chi meno, l’hanno sempre pagata questa loro appartenenza al social network per eccellenza, e cara. Non si spiegherebbe come mai il fondatore della summenzionata rete sociale sia uno dei tizi più ricchi del mondo.

A quasi tutti non sembra di pagare perché a quasi nessuno interessa la propria riservatezza, la famosa privacy. Faccialibro, come moltissimi altri – primo tremendo rapace fra tutti, Google – traccia, memorizza, usa e ridistribuisce le informazioni che ricava dai suoi iscritti a esclusivo proprio vantaggio, senza che l’utente lo sappia, contando anche sul fatto che questi di norma non farà nessuno sforzo per sapere – visto che gli sarà reso difficile farlo – e, anche in quel caso, tanto se ne fregherà.

Gran parte di questi rapaci digitali in genere si nasconde dietro alla parola gratis. C’è un mucchio di servizi di tutti i tipi che cerca di farti iscrivere gratis, da linkedin al meteo, da certi forum a certi blog. Riusciranno comunque a tracciarti anche senza che t’iscriva: molte sono le tecniche, che vanno ben oltre i cookies (oggetto di una normativa europea ridicola, che ha aggiunto solo fastidio per gli utenti senza aumentarne la consapevolezza e non ha scalfito la prassi dei rapaci): beacons, supecookies, e altri aggeggi vari, tutti votati al solo scopo di redigere un profilo dell’utente con la sua storia, preferenze, dati personali e così via. Tutte informazioni da gestire in grandi quantità, in quelli che si chiamano i big data che fanno tanto gola alle grandi compagnie. Per farne cosa?

Si tratta di marketing, quella prassi che gli addetti del settore cercano di far passare per una scienza quasi esatta benché non si discosti granché dal gioco dei bussolotti. Tanti più dati avranno questi signori, comunque, tanto più riusciranno a scostarsi dai bussolotti, e cioè: quanto più si faranno gli affari tuoi (meglio se di nascosto) tanto più potranno tempestarti di pubblicità alla quale potresti essere sensibile. Lo chiamano targeted advertising o retargeting, cioè aggiustare il tiro.

Perché in fin dei conti quel che conta è la pubblicità e, in questo caso, la pubblicità in rete (online advertising). Credo che tutti abbiamo un’idea di quanto fastidiosa e intrusiva sia diventata negli anni: banner animati, pop-up, pop-under, slide-in, e molte altre piacevolezze. Dai gestori di testate d’informazione ai negozi online, praticamente tutti hanno usato e abusato di questi strumenti, che vanno di pari passo col tracciamento e la profilazione degli utenti, per spremerli ben oltre il consentito. E anche oltre la sopportazione: ecco perché da un pezzo a questa parte c’è stata una reazione e sono comparsi gli AdBlocker, i blocca-pubblicità (il primo plugin per browser che consiglierei è Ghostery, che protegge efficacemente dal tracciamento, e in aggiunta un AdBlocker vero e proprio, come AdBlock Plus, o uBlock-Origin).

Con notevole faccia di bronzo, i pubblicitari (e i loro clienti) hanno cominciato a levare alte grida di dolore alla prospettiva di un calo nella diffusione pubblicitaria e relativo fatturato, oltraggiati dagli utenti che avevano osato difendersi dal loro aggressivo malcostume. Da un parte hanno trovato qualche appoggio da gente compiacente (programmatori, altri pubblicitari) che, pur con un doveroso mea culpa ispirato dall’evidenza di fatti che non potevano essere spazzati sotto al tappeto, bollava più o meno apertamente come scroccone chiunque adoperasse un adblocker; dall’altra, sono passati alla controffensiva, e cioè hanno inventato gli anti-adblockers, cioè gli anti-bloccapubblicità, che compaiono sotto forma di cartello invasivo su certi siti avvisando di disattivare l’adblocker se si vuole proseguire (su Wired e Forbes, ad esempio).

Battaglia persa in partenza, anche questa, visto che sono subito spuntati – indovinate un po’? Gli anti-adblock-blockers, cioè i blocca-anti-blocca-pubblicità, e qui ci sarebbe da ridere ma tant’è. Sembra eccessivo? Io ritengo che sia solo normale, anzi legittimo. Sui suddetti cartelli invasivi che invitano a disattivare l’adblocker si legge spesso che la loro pubblicità non sarebbe intrusiva: pentimento tardivo da parte di chi sino a ieri si è impegnato a tracciarti, schedarti e massacrarti di pubblicità, non certo a guadagnare la tua fiducia.

Un’obiezione che viene mossa a questo punto è che la rete si regge sulla pubblicità; anche siti d’informazione con contenuti rilevanti e di qualità (non il diffusissimo ciarpame di stoltificazione di massa) vivrebbero di questa. La mia risposta è: e allora? Bisognerebbe che quei siti fossero a pagamento, anche basso. Per togliere la pubblicità dal proprio blog su WordPress, ad esempio, basta pagare una piccola quota annuale. Se nessuno vuole spendere un centesimo per qualcosa che vale o che gli sta a cuore, questo qualcosa per me non ha ragione d’esistere gratis, visto che poi, tanto, gratis non è.

Sarebbe l’ora di sbarazzarsi di quest’equivoco. È gratis!

mb

Tre ore di Taratabong

Sul canale YouTube ufficiale inglese di Taratabong, la serie animata che ho creato insieme a Fabrizio Bondi e diretto qualche anno fa, è stato pubblicato un video di tre ore con almeno metà di tutti i cinquantadue episodi. Non l’hanno ancora fatto, ma è possibile che, siccome queta versione sarebbe rivolta al mercato anglofono, tra un po’ ci mettano il blocco per l’Italia, vale a dire che in quel caso verrebbe fuori la simpatica faccina che dice sorry this video is unavailable. Ci sono diversi modi per aggirare questo problema idiota (in un mondo globalizzato), e il più semplice è vedere il video installando qualche plugin tipo ProxTube (se usate Firefox, ma ci sono alternative anche per altri browser). Ah, nota a margine, ma non tanto marginale: le musiche di Taratabong sono di Patrizio Fariselli.