Category: literature

L’Uomo nell’alto baccello

In una società dove i mass media sono livellati a uno standard di qualità e contenuti dal quale non ci si può scostare, un colosso del commercio in rete che sta sbaragliando i concorrenti anche fuori dalla rete, grazie allo sfruttamento dei propri dipendenti, mette in scena una produzione apparentemente tratta da un noto libro di uno scrittore di fantascienza di culto.

No, questo è quel che succede oggi, non è il soggetto di The Man In The High Castle, la serie prodotta da Amazon e arrivata alla terza stagione (attualmente in produzione) liberamente tratta dal libro omonimo di Philip K. Dick, apparso in Italia inizialmente come La svastica sul sole e ripubblicato anche col titolo originale de L’uomo nell’alto castello.

Perché ho usato il simpatico gioco di parole tra castello e baccello nel titolo di questo post? Perché per fare questa serie, per come è venuta fuori, non c’era bisogno di ispirarsi, per quanto liberamente, al libro di Dick. Quest’ispirazione infatti è talmente superficiale da risultare più che altro un pretesto di marketing. Il punto non è di quanto una trasposizione audiovisiva di un libro possa – o debba – scostarsi dall’originale ma, in questo caso, c’era davvero bisogno di prendere il libro di Dick per fare questa roba? Se infatti si toglie il titolo, i nomi di alcuni dei personaggi, qualche somiglianza contenutistica e poco altro, non resta che il copione consolidato delle produzioni americane (e americanoidi) che, nel caso delle serie, risulta il consueto brodo allungato di temi da soap opera – a volte più avventurosa, a volte più comica, a volte più tragica o anche mistica.

Se togliamo il fortissimo assunto di base della serie, e cioè l’ucronia rappresentata da un mondo in cui le potenze dell’Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale – che è quello del libro di Dick e di altri romanzi di storia alternativa – resta molto poco. Cioè, molto in termini di standard di produzione – effetti speciali di altissimo livello, fotografia professionalmente impeccabile, stile Nazi d’indubbio e funesto fascino visivo – poco per tutto il resto. Un mucchio di temi del libro di Dick, che non è un romanzo d’azione ma casomai più introspettivo, speculativo e disteso, neanche compare o, se lo fa, lo fa di sfuggita, in modo futile, mentre altri vengono ingigantiti o stravolti solo per esigenze (anche ridicole) spettacolari o di sviluppo di una trama da trascinare per il maggior numero di episodi possibile – fato, quest’ultimo, riservato a praticamente tutte le serie di produzione statunitense (si vedano, per esempio, il The Office britannico e la sua rifrittura americana: 14 episodi la prima serie, 201 la seconda).

Ora, anche un bel film come Blade Runner è molto liberamente tratto da un libro di Dick o, meglio, da un suo sottoinsieme: il romanzo sviluppa temi, personaggi e situazioni di natura mistico-politica che neanche compaiono nel film. Ma in questo caso non solo non è stato mantenuto il titolo – che sarebbe cosa da poco – ma soprattutto non si è allungato il brodo (al punto che, per me, il film è persino migliore del libro; cosa che può capitare, anche se di rado, come nel caso di Psycho di Hitchcock rispetto al pur buon romanzo di Robert Bloch che gli sta sotto).

The Man In The High Castle non è una serie peggiore di altre, benché – almeno per me – non memorabile, anche perché, dopo i primissimi episodi, viene fuori la soap-spy-opera, in cui Philip Dick si stempera fino a scomparire per allinearsi alla media delle produzioni americane standard.

Ecco perché, come titolo, mi piace di più L’uomo nell’alto baccello.

mb

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Una motivazione

Una scrittura pulita, lo stile piacevolmente cadenzato, con focalizzazioni interne ai personaggi principali e momenti corali ben costruiti. Un delitto particolare, la ricostruzione che segue una logica coinvolgente per il lettore e che si dipana in modo costante per tutto il romanzo. Le descrizioni eleganti degli ambienti, nonché dei personaggi, rendono perfetto l’intero romanzo. Dialoghi piacevoli, distesi, che si rincorrono con maestria. In sottofondo si percepisce una denuncia delle ingiustizie che rende ancora più credibile e attuale il tutto.

Stamani qualcuno ha suonato alla porta e, invece di un messo di Equitalia, stavolta era il postino che non esigeva firme d’accettazione ma consegnava una busta marrone troppo grande per la cassetta della posta. Ne è uscito un cartoncino in formato A4 con la scritta:

2° Premio Letterario Festival Giallo Garda
Romazi Editi – In Bianco di MARCO BIGLIAZZI

seguita dalla motivazione che ho riportato qui all’inizio. Lì per lì ho pensato che neanche una madre si sarebbe espressa così e se si considera poi che non ho rapporti di parentela con gli organizzatori del Festival la cosa si fa ancor più lusinghiera. Quindi, un grande grazie al Festival Giallo Garda e ai suoi organizzatori, e speriamo che questa motivazione contribuisca convincere qualche lettore in secca a provare ad affrontare le acque gialle di In Bianco.

mb

[postato originariamente su In Bianco]

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Si può non adorare Bob Dylan?

Si può essere di sinistra, progressisti e così via e non adorare Bob Dylan? Penso di sì. A me, per esempio, Bob non è mai piaciuto – ma proprio per niente – eppure non mi pare che ciò faccia di me un conservatore o un neoliberista o peggio. Né mi sarebbe mai venuto in mente di scrivere un post su BD se non fosse perché a Stoccolma gli è stato assegnato il Premio Nobel per la letteratura 2016, cosa che lo ha innalzato sulla cresta dell’onda nelle testate d’informazione e nei chiacchiericci delle reti sociali.

Personalmente non m’interessa granché la diatriba, subito esplosa, sulla levata di scudi di alcuni scrittori contro quest’attribuzione. Non trovo che sia sbagliato, in principio, considerare un letterato chi scrive testi di canzoni. Il punto è un altro, e cioè che, fosse per me, a BD non avrei assegnato un Nobel né per la musica (se esistesse) né per la letteratura.

Tutta l’importanza che gli è stata e continua a essegli tributata è, a mio avviso, sproporzionata rispetto ai meriti, che restano più a livello di fenomeno d’interesse storico e sociologico, casomai, che artistico. Che lui e altri abbiano rappresentato – o siano stati trasformati in – qualcosa di molto importante in un determinato momento è fuor di dubbio, nel bene e nel male, ma per quanto mi riguarda la penso più come un altro signore di quei tempi, ossia Frank Zappa che, oltre a parlarne nella propria autobiografia (The Real Frank Zappa Book, 1988) lo mette in parodia in Flakes (da Sheik Yerbouti, 1979); e questo benché agli inizi, alla metà degli anni ’60, lui stesso lo avesse apprezzato.

Forse un riconoscimento mondiale dovrebbe andare al di là di un limitato periodo creativo e significativo. A livello del tutto personale, trovo che BD musicalmente non significhi niente mentre come testi marci abbondantemente su una retorica facile, dai toni anche melensi e dagli slogan stucchevoli che, non a caso, sono diventati inni di associazioni cattoliche o analoghe congreghe. Del resto, proprio lui nel 1978 non era diventato un Born Again?

Forse qualche bella canzone non basta, ecco. Anche se a me per la verità – perdonatemi – non piace neanche quella.

mb

Una Menzione Speciale

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Un paio di settimane fa mi è arrivata un’inaspettata lettera elettrica. Visto che la quantità delle comunicazioni-spazzatura che riesce a intrufolarsi tra le maglie dei filtri antispam è comunque notevole, sulle prime ho pensato che potesse trattarsi di qualcosa del genere. Invece no: l’oggetto era Premio Letterario Festival Giallo Garda e il contenuto non era a proposito di cronografi assemblati, ingrandimenti di parti anatomiche o vincite a lotterie messicane. In breve, si trattava delle congratulazioni, fatte all’editore – Atmosphere Libri – e a me, per la menzione speciale conferita dalla giuria del Premio Letterario al mio romanzo In Bianco.

Insomma, non era spam: era vero, come si può vedere anche qui. Grazie, Giallo Garda.

mb

In Bianco al FiPiLi Horror Festival 2016

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FiPiLi potrebbe sembrare il soprannome di qualche adolescente amante del fantasy, del suo gatto o dell’amico di qualche Puffo e invece no: è il nome della Strada di Grande Comunicazione Firenze-Pisa-Livorno, quella che dal capoluogo toscano arriva alla costa, in breve la FiPiLi.

E’ un modo per designare una parte della Toscana, in questo caso sbilanciato decisamente verso la costa. Infatti, il FiPiLi Horror Festival è un’iniziativa labronica che dura vari giorni e, arrivata alla sua quinta edizione, si tiene proprio a Livorno.

Quest’anno, tra gli altri eventi in programma, c’è anche il mio romanzo In Bianco, che presenterò Sabato 23 Aprile alle 17:00, nel Foyer del Nuovo Teatro delle Commedie in via Terreni 5 (davanti al Cisternone) introdotto dall’amico Francesco Parasole. Quindi In Bianco, che è ambientato a Livorno, torna proprio nella sua città.

Ci vediamo lì, se vi va. Sarete i benvenuti.

mb

Suonare da zero un cinque cinque sette

Sabato 2 Aprile c’è stata la presentazione del mio romanzo In Bianco al Book Pride 2016, al BASE, negli enormi spazi della ex-Ansaldo, una gran fabbrica dismessa e trasformata, a Milano. Come ho già scritto altrove, Patrizio Fariselli – tastierista degli Area e compositore – è intervenuto e mi ha perfino chiesto di accompagnarlo alla batteria. Così, prima di parlare e dopo aver parlato del libro del più e del meno, ci siamo messi a suonare.

Suonare da zero: era la prima volta che ci trovavamo per questo, assolutamente senza prove e senza rete, in pratica neanche il sound check (che avrebbe disturbato le altre presentazioni in corso, visto che la struttura ospitante, per come sono state ricavate le sale conferenze, non è esattamente adatta a questo tipo di eventi).

Ci eravamo solo accordati poco prima, durante la condivisione di un tonnellaggio di bistecca a pranzo, sul fatto che a un certo punto avremo improvvisato su un poliritmo che avevo suggerito, cinque cinque sette (5/8+5/8+7/8), che è quello che per l’appunto è stato catturato in questo video di fortuna girato con un Dispositivo Telefonico Tascabile Furbo (smartphone) da Rosanna Romano (editor del mio libro, che ha introdotto la presentazione e scattato qualche foto). A Patrizio e a me piacciono parecchio i tempi dispari, i poliritmi e così via, ci sentiamo a nostro agio con questi numeri primi, e allora perché no?

Alla fine, malgrado l’acustica, tutto è filato liscio e ci siamo divertiti: io, il pubblico e persino Patrizio, che è un musicista per davvero. Abbiamo addirittura detto di cercare di ripetere l’esperienza.

Non vedo l’ora.

mb

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Patrizio fariselli alle tastiere e Marco Bigliazzi alla batteria

Patrizio Fariselli & Marco Bigliazzi duo al Book Pride

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Domani, Sabato 2 Aprile, a partire dalle 20:00 nella sala Mompracem al Book Pride di Milano, partirà il concertino di un’inusitata coppia: Patrizio Fariselli alle tastiere Marco Bigliazzi alla batteria. Ora, se per Patrizio non ci sarebbe bisogno di presentazioni (fondatore degli Area, tra le altre cose), per l’altro (me) magari sì. Le trovate qui, quelle di ordine generale e quelle in relazione alla presentazione del mio romanzo In Bianco – che è poi l’occasione del suddetto concertino. Per quanto riguarda invece la batteria, posso dire che fin da piccolo ho suonato pentole & coperchi (come tutti del resto, solo che io non ho smesso) e qui c’è qualche informazione sulla mia banda corrente, i Parafulmini. Ma questo concertino con Patrizio Fariselli come viene fuori? Be’, qui c’è tutta la storia; alla quale posso solo aggiungere che mi ha lusingato il fatto che Patrizio, per la presentazione milanese del mio libro alla quale gli avevo proposto di suonare, alla fine mi abbia chiesto di accompagnarlo – lui, che è un musicista per davvero.

Ci vediamo lì, se vi va. Sarete i benvenuti.

mb

Presentazione-Concerto con Patrizio Fariselli al Book Pride, Milano

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Chi è Patrizio Fariselli? Il tastierista degli Area, che diamine! – è la risposta standard (se poi si domanda anche chi sono gli Area? be’, che si vada a dare un’occhiata qui). Quella meno standard è che, oltre a suonare tastiere elettroniche, piano e clarinetto basso, è un compositore e uno scrittore – e anche altro, ma per amor di brevità mi fermo qui.

Ho conosciuto personalmente Patrizio quando il terzo millennio era alle porte o era appena nato, non ricordo con esattezza, via internet. Trovai la sua email sul sito che aveva allora e gli inviai alcuni pezzetti di musica, in formato midi, che avevo scritto alla maniera di Conlon Nancarrow (cioè: disegnando le note su dei rulli da pianola, ma questa è un’altra storia).

Inaspettatamente, Patrizio mi rispose dicendomi che quei pezzettini l’avevano fatto ridere. Meglio di così non poteva andare e da allora la conoscenza è andata approfondendosi finché, tra il 2008 e il 2010, abbiamo lavorato insieme alla mia serie di cartoni animati Taratabong! Il mondo dei Musicilli, per la quale lui ha curato tutte le musiche, oltre a collaborare alle sceneggiature insieme alla compagna Cristina Bergo e me.

Ultimamente, Patrizio ha letto il mio romanzo giallo In Bianco e pare che gli sia piaciuto, se poi si è detto disponibile ad accompagnarmi alla presentazione del libro che si farà a Milano al prossimo Book Pride, Sabato 2 Aprile alle 20:00 nella sala Mompracem. Sarà una presentazione-concerto, dunque.

Ci vediamo lì, se vi va. Sarete i benvenuti,

mb

Il Retro della Toscana

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Marco Bigliazzi, Cavatorsoli, acrilico su tela, 70×50, 2004

Quando mi è capitato di dover parlare in pubblico, per esempio a proposito dei cartoni animati che ho realizzato o, più di recente, alle presentazioni del mio giallo In Bianco, non mi sono mai preparato prima quello che avrei detto. Certo, non è che non ne avessi idea, ma in queste circostanze sono sempre andato abbastanza a braccio, improvvisando in funzione della piega che avrebbe preso il discorso.

Presentando In Bianco mi sono accorto che c’è un argomento che ritorna: quello dei retri dei condomini. La prima volta è saltato fuori quando qualcuno mi ha chiesto perché avessi ambientato la storia proprio a Livorno (io che, tra parentesi, sono di origini pontederesi e, quindi, Pisano, che è come dire un Armeno per un Azero). Le ragioni sono parecchie e non è che sia stato lì ad analizzarle tutte prima di mettermi a scriverlo e neanche dopo; di certo c’entra che, banalmente, Livorno mi piace; mi piace che ci sia il porto, che abbia un aspetto più urbano – cioè di città più grande – rispetto a Pisa, mi piacciono certe aree industriali che vanno a finire in quello che dipingo, e così via. E poi c’è la questione dei retri dei condomini.

Non credo che sia una riflessione così originale, ma tant’è: in generale io preferisco i retri dei condomini rispetto ai fronti. Non parlo qui di palazzi di particolare pregio ma di edilizia corrente: in particolare quella di cui tante città italiane ferite dalla guerra si sono riempite negli anni cinquanta, sessanta e settanta – ma anche prima e dopo. Non sempre, certo, ma molto spesso le facciate di questi edifici mi sembrano di facciata; quasi sempre stanno a metà tra un timidissimo modernismo e la sbiadita copia di roba tradizionale o del passato, e in certi casi il tutto è condito da dettagli di genuina pacchianeria.

I retri, invece, no. I retri nascono per poter essere brutti nella misura in cui basta che non siano disfunzionali: vi ci si possono affastellare superfetazioni e impianti a vista e sono la libera repubblica della deroga dalla simmetria a tutti i costi. La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock (Rear Window, 1954) deve gran parte del suo fascino proprio ai retri dei palazzi che sono la sua unica scenografia.

Questo aspetto squisitamente edilizio ha un suo contraltare umano: nei retri si stendono panni, si accatastano seggiole e si appendono parabole più volentieri che in facciata. Quel che ne vien fuori è una variopinta caoticità che rimanda al singolo, a quello che abita proprio in quella finestra lì. Può succedere anche in facciata, certo, ma non come nel retro.

Bene, ma Livorno cosa c’entra? A parte il fatto, cioè, che comunque buona parte della città è stata costruita – e ricostruita – proprio in queste forme condominiali? Ecco: la Toscana (e anche l’Italia) abbonda certamente di centri storici con tratti, scorci o interi quartieri meravigliosi – Firenze, Lucca, Siena, certe parti della stessa Pisa, solo per dirne alcuni. Livorno, a parte forse per il Quartiere della Venezia Nuova, no. Ma questi centri toscani sono stati rifatti, rimpolpettati, anche pesantemente qualche volta – quasi un falso storico. Ma, senza arrivare a tanto, questi centri si sono imbellettati, hanno perso le loro funzioni fondanti, si sono imborghesiti, sono diventati delle facciate: stanno bene sulle classiche cartoline del turismo di massa. Livorno, no.

Ecco, quello che alle presentazioni di In Bianco mi è capitato – e mi ricapiterà – di dire è che, come esiste il retro di un condominio, Livorno è il retro della Toscana. Con tutto quel che segue.

E, a me, piace.

mb

(postato originariamente su In Bianco)

Mentire sapendolo

Marco Bigliazzi, Schizzo addormentato 2, pastello, biro e matita su carta, 2014

Marco Bigliazzi, Schizzo addormentato 2, pastello, biro e matita su carta, 2014

Ci sono frasi in cui mi capita spesso d’imbattermi che, immancabilmente, mi suonano storte; un inciampo logico nella ritmica del pensiero, un po’ come se in un pezzo di musica il batterista andasse per un momento fuori tempo. Le ritrovo un po’ dappertutto, dagli organi d’informazione alle discussioni quotidiane, segno che la loro diffusione è ampia e capillare.

Una di queste riguarda il mentire. Mente sapendo di mentire: quante volte si ritrova, tanto per fare un esempio, in bocca a un onorevole che parla di un nemico politico? Non mi torna mai, anche se ne capisco il senso. Mi sono chiesto perché e mi sono risposto: mentire implica di per sé la consapevolezza di dire il falso. Dunque, è perfettamente inutile, come minimo, puntualizzare che si sappia di mentire, quando lo si fa: se no, non si starebbe mentendo, ma dicendo involontariamente qualcosa di falso. Chi un tempo sosteneva che la terra fosse piatta non poteva essere accusato di mentire, casomai di essere ignorante. La frase, quindi, dal punto di vista strettamente logico non ha senso.

Ecco la definizione di mentire dal Vocabolario Treccani online: “alterare la verità, dire il falso con piena consapevolezza”. Niente da eccepire, quindi. La cosa curiosa però è che, poche righe più sotto, tra gli esempi è riportato: “mentiva sapendo di mentire, con piena coscienza e intenzione”. Cos’è? Una falla in questo poderoso utensile della lingua italiana? No: mentire sapendo di mentire sarebbe un’enfatizzazione retorica, un pleonasmo; in questo caso per sottolineare il dolo, la frequenza e la premeditazione nel compiere l’atto o la gravità della menzogna.

Quest’interpretazione ha senz’altro un suo senso ma, per lo meno alle mie orecchie, non salva la stortura della frase. Anche perché quest’uso retorico della lingua mi suona tronfio, sovraccarico: inutile, in fin dei conti; forse perché inflazionato, cioè usato tanto spesso da perdere valore come coloritura del discorso. Ecco forse perché nel mio romanzo In Bianco, che è un giallo e dove ci sono dei mentitori, non l’ho mai adoperata; anche se, a ben guardare, avrei forse potuto metterla in bocca a qualcuno dei personaggi, in qualche dialogo.

Per restare nei pleonasmi dello stesso tipo, comunque, preferisco di gran lunga il vituperato a me mi di scolastica memoria: accettato perfino dall’Accademia della Crusca, come rafforzativo del pronome, è meno pomposo, più spontaneo e più succinto.

A me, mi piace molto di più.

mb

Il thriller “In Bianco” alle Murate Caffè Letterario, Firenze, Martedì 23 Febbraio

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Questa è un’occasione interessante: Le Murate Caffè Letterario a Firenze, è davvero un bel posto. Con un po’ d’anticipo, do qui la notizia: Martedì 23 Febbraio alle 18:30 presenterò il mio thriller In Bianco proprio lì. Il programma della serata è ancora da stabilire, ma di sicuro ci saranno anche proiezioni di miei video, oltre alla presenza di Stefania Ippoliti, responsabile di Mediateca e Area Cinema Fondazione Sistema Toscana, e della giornalista Chiara Dino, del Corriere Fiorentino. Qui c’è la notizia ufficiale dell’evento.

mb