Category: letteratura

In Nero all’orizzonte

E’ ancora prematura come notizia, lo so, ma insomma, ecco qua: dopo In Bianco, un altro episodio della vita dell’architetto Saverio Zefiro è all’orizzonte – un altro romanzo giallo che stavolta è nero. A quanto pare, infatti, In Nero dovrebbe uscire verso novembre 2017. Tra parentesi, lo stesso In Bianco verrà successivamente presentato in una nuova edizione. Naturalmente verranno dati dettagli e conferma su queste paginette – o anche su altre appositamente dedicate.

mb

Una motivazione

Una scrittura pulita, lo stile piacevolmente cadenzato, con focalizzazioni interne ai personaggi principali e momenti corali ben costruiti. Un delitto particolare, la ricostruzione che segue una logica coinvolgente per il lettore e che si dipana in modo costante per tutto il romanzo. Le descrizioni eleganti degli ambienti, nonché dei personaggi, rendono perfetto l’intero romanzo. Dialoghi piacevoli, distesi, che si rincorrono con maestria. In sottofondo si percepisce una denuncia delle ingiustizie che rende ancora più credibile e attuale il tutto.

Stamani qualcuno ha suonato alla porta e, invece di un messo di Equitalia, stavolta era il postino che non esigeva firme d’accettazione ma consegnava una busta marrone troppo grande per la cassetta della posta. Ne è uscito un cartoncino in formato A4 con la scritta:

2° Premio Letterario Festival Giallo Garda
Romazi Editi – In Bianco di MARCO BIGLIAZZI

seguita dalla motivazione che ho riportato qui all’inizio. Lì per lì ho pensato che neanche una madre si sarebbe espressa così e se si considera poi che non ho rapporti di parentela con gli organizzatori del Festival la cosa si fa ancor più lusinghiera. Quindi, un grande grazie al Festival Giallo Garda e ai suoi organizzatori, e speriamo che questa motivazione contribuisca convincere qualche lettore in secca a provare ad affrontare le acque gialle di In Bianco.

mb

[postato originariamente su In Bianco]

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Una Menzione Speciale

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Un paio di settimane fa mi è arrivata un’inaspettata lettera elettrica. Visto che la quantità delle comunicazioni-spazzatura che riesce a intrufolarsi tra le maglie dei filtri antispam è comunque notevole, sulle prime ho pensato che potesse trattarsi di qualcosa del genere. Invece no: l’oggetto era Premio Letterario Festival Giallo Garda e il contenuto non era a proposito di cronografi assemblati, ingrandimenti di parti anatomiche o vincite a lotterie messicane. In breve, si trattava delle congratulazioni, fatte all’editore – Atmosphere Libri – e a me, per la menzione speciale conferita dalla giuria del Premio Letterario al mio romanzo In Bianco.

Insomma, non era spam: era vero, come si può vedere anche qui. Grazie, Giallo Garda.

mb

In Bianco al FiPiLi Horror Festival 2016

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FiPiLi potrebbe sembrare il soprannome di qualche adolescente amante del fantasy, del suo gatto o dell’amico di qualche Puffo e invece no: è il nome della Strada di Grande Comunicazione Firenze-Pisa-Livorno, quella che dal capoluogo toscano arriva alla costa, in breve la FiPiLi.

E’ un modo per designare una parte della Toscana, in questo caso sbilanciato decisamente verso la costa. Infatti, il FiPiLi Horror Festival è un’iniziativa labronica che dura vari giorni e, arrivata alla sua quinta edizione, si tiene proprio a Livorno.

Quest’anno, tra gli altri eventi in programma, c’è anche il mio romanzo In Bianco, che presenterò Sabato 23 Aprile alle 17:00, nel Foyer del Nuovo Teatro delle Commedie in via Terreni 5 (davanti al Cisternone) introdotto dall’amico Francesco Parasole. Quindi In Bianco, che è ambientato a Livorno, torna proprio nella sua città.

Ci vediamo lì, se vi va. Sarete i benvenuti.

mb

Suonare da zero un cinque cinque sette

Sabato 2 Aprile c’è stata la presentazione del mio romanzo In Bianco al Book Pride 2016, al BASE, negli enormi spazi della ex-Ansaldo, una gran fabbrica dismessa e trasformata, a Milano. Come ho già scritto altrove, Patrizio Fariselli – tastierista degli Area e compositore – è intervenuto e mi ha perfino chiesto di accompagnarlo alla batteria. Così, prima di parlare e dopo aver parlato del libro del più e del meno, ci siamo messi a suonare.

Suonare da zero: era la prima volta che ci trovavamo per questo, assolutamente senza prove e senza rete, in pratica neanche il sound check (che avrebbe disturbato le altre presentazioni in corso, visto che la struttura ospitante, per come sono state ricavate le sale conferenze, non è esattamente adatta a questo tipo di eventi).

Ci eravamo solo accordati poco prima, durante la condivisione di un tonnellaggio di bistecca a pranzo, sul fatto che a un certo punto avremo improvvisato su un poliritmo che avevo suggerito, cinque cinque sette (5/8+5/8+7/8), che è quello che per l’appunto è stato catturato in questo video di fortuna girato con un Dispositivo Telefonico Tascabile Furbo (smartphone) da Rosanna Romano (editor del mio libro, che ha introdotto la presentazione e scattato qualche foto). A Patrizio e a me piacciono parecchio i tempi dispari, i poliritmi e così via, ci sentiamo a nostro agio con questi numeri primi, e allora perché no?

Alla fine, malgrado l’acustica, tutto è filato liscio e ci siamo divertiti: io, il pubblico e persino Patrizio, che è un musicista per davvero. Abbiamo addirittura detto di cercare di ripetere l’esperienza.

Non vedo l’ora.

mb

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Patrizio fariselli alle tastiere e Marco Bigliazzi alla batteria

Patrizio Fariselli & Marco Bigliazzi duo al Book Pride

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Domani, Sabato 2 Aprile, a partire dalle 20:00 nella sala Mompracem al Book Pride di Milano, partirà il concertino di un’inusitata coppia: Patrizio Fariselli alle tastiere Marco Bigliazzi alla batteria. Ora, se per Patrizio non ci sarebbe bisogno di presentazioni (fondatore degli Area, tra le altre cose), per l’altro (me) magari sì. Le trovate qui, quelle di ordine generale e quelle in relazione alla presentazione del mio romanzo In Bianco – che è poi l’occasione del suddetto concertino. Per quanto riguarda invece la batteria, posso dire che fin da piccolo ho suonato pentole & coperchi (come tutti del resto, solo che io non ho smesso) e qui c’è qualche informazione sulla mia banda corrente, i Parafulmini. Ma questo concertino con Patrizio Fariselli come viene fuori? Be’, qui c’è tutta la storia; alla quale posso solo aggiungere che mi ha lusingato il fatto che Patrizio, per la presentazione milanese del mio libro alla quale gli avevo proposto di suonare, alla fine mi abbia chiesto di accompagnarlo – lui, che è un musicista per davvero.

Ci vediamo lì, se vi va. Sarete i benvenuti.

mb

Presentazione-Concerto con Patrizio Fariselli al Book Pride, Milano

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Chi è Patrizio Fariselli? Il tastierista degli Area, che diamine! – è la risposta standard (se poi si domanda anche chi sono gli Area? be’, che si vada a dare un’occhiata qui). Quella meno standard è che, oltre a suonare tastiere elettroniche, piano e clarinetto basso, è un compositore e uno scrittore – e anche altro, ma per amor di brevità mi fermo qui.

Ho conosciuto personalmente Patrizio quando il terzo millennio era alle porte o era appena nato, non ricordo con esattezza, via internet. Trovai la sua email sul sito che aveva allora e gli inviai alcuni pezzetti di musica, in formato midi, che avevo scritto alla maniera di Conlon Nancarrow (cioè: disegnando le note su dei rulli da pianola, ma questa è un’altra storia).

Inaspettatamente, Patrizio mi rispose dicendomi che quei pezzettini l’avevano fatto ridere. Meglio di così non poteva andare e da allora la conoscenza è andata approfondendosi finché, tra il 2008 e il 2010, abbiamo lavorato insieme alla mia serie di cartoni animati Taratabong! Il mondo dei Musicilli, per la quale lui ha curato tutte le musiche, oltre a collaborare alle sceneggiature insieme alla compagna Cristina Bergo e me.

Ultimamente, Patrizio ha letto il mio romanzo giallo In Bianco e pare che gli sia piaciuto, se poi si è detto disponibile ad accompagnarmi alla presentazione del libro che si farà a Milano al prossimo Book Pride, Sabato 2 Aprile alle 20:00 nella sala Mompracem. Sarà una presentazione-concerto, dunque.

Ci vediamo lì, se vi va. Sarete i benvenuti,

mb

Il Retro della Toscana

Cavatorsoli

Marco Bigliazzi, Cavatorsoli, acrilico su tela, 70×50, 2004

Quando mi è capitato di dover parlare in pubblico, per esempio a proposito dei cartoni animati che ho realizzato o, più di recente, alle presentazioni del mio giallo In Bianco, non mi sono mai preparato prima quello che avrei detto. Certo, non è che non ne avessi idea, ma in queste circostanze sono sempre andato abbastanza a braccio, improvvisando in funzione della piega che avrebbe preso il discorso.

Presentando In Bianco mi sono accorto che c’è un argomento che ritorna: quello dei retri dei condomini. La prima volta è saltato fuori quando qualcuno mi ha chiesto perché avessi ambientato la storia proprio a Livorno (io che, tra parentesi, sono di origini pontederesi e, quindi, Pisano, che è come dire un Armeno per un Azero). Le ragioni sono parecchie e non è che sia stato lì ad analizzarle tutte prima di mettermi a scriverlo e neanche dopo; di certo c’entra che, banalmente, Livorno mi piace; mi piace che ci sia il porto, che abbia un aspetto più urbano – cioè di città più grande – rispetto a Pisa, mi piacciono certe aree industriali che vanno a finire in quello che dipingo, e così via. E poi c’è la questione dei retri dei condomini.

Non credo che sia una riflessione così originale, ma tant’è: in generale io preferisco i retri dei condomini rispetto ai fronti. Non parlo qui di palazzi di particolare pregio ma di edilizia corrente: in particolare quella di cui tante città italiane ferite dalla guerra si sono riempite negli anni cinquanta, sessanta e settanta – ma anche prima e dopo. Non sempre, certo, ma molto spesso le facciate di questi edifici mi sembrano di facciata; quasi sempre stanno a metà tra un timidissimo modernismo e la sbiadita copia di roba tradizionale o del passato, e in certi casi il tutto è condito da dettagli di genuina pacchianeria.

I retri, invece, no. I retri nascono per poter essere brutti nella misura in cui basta che non siano disfunzionali: vi ci si possono affastellare superfetazioni e impianti a vista e sono la libera repubblica della deroga dalla simmetria a tutti i costi. La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock (Rear Window, 1954) deve gran parte del suo fascino proprio ai retri dei palazzi che sono la sua unica scenografia.

Questo aspetto squisitamente edilizio ha un suo contraltare umano: nei retri si stendono panni, si accatastano seggiole e si appendono parabole più volentieri che in facciata. Quel che ne vien fuori è una variopinta caoticità che rimanda al singolo, a quello che abita proprio in quella finestra lì. Può succedere anche in facciata, certo, ma non come nel retro.

Bene, ma Livorno cosa c’entra? A parte il fatto, cioè, che comunque buona parte della città è stata costruita – e ricostruita – proprio in queste forme condominiali? Ecco: la Toscana (e anche l’Italia) abbonda certamente di centri storici con tratti, scorci o interi quartieri meravigliosi – Firenze, Lucca, Siena, certe parti della stessa Pisa, solo per dirne alcuni. Livorno, a parte forse per il Quartiere della Venezia Nuova, no. Ma questi centri toscani sono stati rifatti, rimpolpettati, anche pesantemente qualche volta – quasi un falso storico. Ma, senza arrivare a tanto, questi centri si sono imbellettati, hanno perso le loro funzioni fondanti, si sono imborghesiti, sono diventati delle facciate: stanno bene sulle classiche cartoline del turismo di massa. Livorno, no.

Ecco, quello che alle presentazioni di In Bianco mi è capitato – e mi ricapiterà – di dire è che, come esiste il retro di un condominio, Livorno è il retro della Toscana. Con tutto quel che segue.

E, a me, piace.

mb

(postato originariamente su In Bianco)

Mentire sapendolo

Marco Bigliazzi, Schizzo addormentato 2, pastello, biro e matita su carta, 2014

Marco Bigliazzi, Schizzo addormentato 2, pastello, biro e matita su carta, 2014

Ci sono frasi in cui mi capita spesso d’imbattermi che, immancabilmente, mi suonano storte; un inciampo logico nella ritmica del pensiero, un po’ come se in un pezzo di musica il batterista andasse per un momento fuori tempo. Le ritrovo un po’ dappertutto, dagli organi d’informazione alle discussioni quotidiane, segno che la loro diffusione è ampia e capillare.

Una di queste riguarda il mentire. Mente sapendo di mentire: quante volte si ritrova, tanto per fare un esempio, in bocca a un onorevole che parla di un nemico politico? Non mi torna mai, anche se ne capisco il senso. Mi sono chiesto perché e mi sono risposto: mentire implica di per sé la consapevolezza di dire il falso. Dunque, è perfettamente inutile, come minimo, puntualizzare che si sappia di mentire, quando lo si fa: se no, non si starebbe mentendo, ma dicendo involontariamente qualcosa di falso. Chi un tempo sosteneva che la terra fosse piatta non poteva essere accusato di mentire, casomai di essere ignorante. La frase, quindi, dal punto di vista strettamente logico non ha senso.

Ecco la definizione di mentire dal Vocabolario Treccani online: “alterare la verità, dire il falso con piena consapevolezza”. Niente da eccepire, quindi. La cosa curiosa però è che, poche righe più sotto, tra gli esempi è riportato: “mentiva sapendo di mentire, con piena coscienza e intenzione”. Cos’è? Una falla in questo poderoso utensile della lingua italiana? No: mentire sapendo di mentire sarebbe un’enfatizzazione retorica, un pleonasmo; in questo caso per sottolineare il dolo, la frequenza e la premeditazione nel compiere l’atto o la gravità della menzogna.

Quest’interpretazione ha senz’altro un suo senso ma, per lo meno alle mie orecchie, non salva la stortura della frase. Anche perché quest’uso retorico della lingua mi suona tronfio, sovraccarico: inutile, in fin dei conti; forse perché inflazionato, cioè usato tanto spesso da perdere valore come coloritura del discorso. Ecco forse perché nel mio romanzo In Bianco, che è un giallo e dove ci sono dei mentitori, non l’ho mai adoperata; anche se, a ben guardare, avrei forse potuto metterla in bocca a qualcuno dei personaggi, in qualche dialogo.

Per restare nei pleonasmi dello stesso tipo, comunque, preferisco di gran lunga il vituperato a me mi di scolastica memoria: accettato perfino dall’Accademia della Crusca, come rafforzativo del pronome, è meno pomposo, più spontaneo e più succinto.

A me, mi piace molto di più.

mb

Il thriller “In Bianco” alle Murate Caffè Letterario, Firenze, Martedì 23 Febbraio

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Questa è un’occasione interessante: Le Murate Caffè Letterario a Firenze, è davvero un bel posto. Con un po’ d’anticipo, do qui la notizia: Martedì 23 Febbraio alle 18:30 presenterò il mio thriller In Bianco proprio lì. Il programma della serata è ancora da stabilire, ma di sicuro ci saranno anche proiezioni di miei video, oltre alla presenza di Stefania Ippoliti, responsabile di Mediateca e Area Cinema Fondazione Sistema Toscana, e della giornalista Chiara Dino, del Corriere Fiorentino. Qui c’è la notizia ufficiale dell’evento.

mb

Il riassunto di zero

Distillati

Ho sempre avuto qualche problema coi riassunti. No, alle elementari mi risucivano, o almeno questo è quel che mi ricordo, il punto è un altro: è che, da quando ho dismesso i panni del ragazzino, l’idea di riassunto m’imbarazza. Chi ha scritto un romanzo sa che è difficilissimo farne una sinossi; certo, col tempo s’impara, ma da quel che leggo in rete pare che sia il cruccio di parecchi autori. Io stesso ci ho messo un po’ a scrivere la sinossi del mio thriller In Bianco. Nella mia veste di cartonanimataro – autore e regista – ho dovuto presentare sinossi dei miei progetti di film e serie televisive a potenziali coproduttori, così come ne ho lette da parte loro. Tuttavia, queste sinossi erano presentazioni riassuntive del progetto, non del prodotto – e c’è una bella differenza.

Per tornare ai riassunti in senso proprio, a tutti sarà capitato che qualcuno vi chieda com’è andato a finire un film che per qualche motivo non ha seguito sino in fondo (perché si è addormentato, è saltata la corrente, ecc.). Oppure che inizi a parlarvi del libro che sta leggendo o che ha appena terminato con dovizia di particolari – trama, personaggi, drammatizzazione di certe scene con l’ausilio di efficace mimica e gestualità. Ecco, questi sono due casi che mi mettono in crisi. Il secondo, perché non voglio che mi si racconti un libro o un film: fintantoché mi si dice in breve di che si tratta, tutto bene, mi è utile per poter scegliere; ma non andate oltre, grazie. Non si può descrivere un’opera senza mutilarla e distruggerla. Se no, non ci sarebbe bisogno di musei e biblioteche. Per questo stesso motivo, credo, vado nel pallone nel primo caso, cioè quando mi si chiede di raccontare riassumendo. Forse è solo un problema mio, che non riesco a trovare il giusto mezzo tra didascalia lapidaria e compendio prolisso, o magari sono solo pigro.

Comunque sia, queste riflessioni mi sono state innescate da una novità di questi giorni, quella dei Distillati, iniziativa di una casa editrice del gruppo RCS: grandi bestseller in meno della metà delle pagine. Un modo per avvicinare alla lettura gente sempre più frettolosa e senza un minuto da perdere? Che ha smarrito l’abitudine a leggere? Il sistema per vendere qualche titolo in più?

Sul loro sito, ci tengono a sottolineare che hanno ridotto le pagine, non il piacere: i libri sono distillati, non riassunti. Quest’ultima precisazione è rivelatrice: il riassunto è qualcosa di negativo, fa pensare ai bignamini dei tempi del liceo, mentre viene assicurato che l’atmosfera, le emozioni, la suspense e lo stile dell’autore vengono mantenuti inalterati. Non si tratterebbe di riassunti né di edizioni semplificate: per indicare questo miracolo editoriale è stata scelta una parola magica: distillato. Il distillato è il buono quintessenziale, il meglio del meglio, qualcosa come la grappa a partire dalle vinacce. Un alieno studioso di terrestri e profondo conoscitore dei loro costumi ma all’oscuro dei meccanismi del marketing potrebbe concludere che allora il libro distillato dev’essere migliore dell’originale. Il termine in effetti dice proprio questo.

Essendo un po’ più smaliziati dello studioso alieno (spero) tutti sappiamo che non è così, che si tratta di un trucco promozionale per lanciare un prodotto laddove parole come riassunto e bignami stanno dietro l’angolo della coscienza anche del lettore più distratto. Ma diciamolo: in fin dei conti, sempre di un riassunto si tratta; fatto con attenzione, magari rispettoso, ma pur sempre un riassunto. O un’edizione semplificata – si potrebbe dire alleggerita.

Il che non sarebbe neanche una gran novità. Nella narrativa di genere, quella gialla ad esempio, è un’operazione che è stata fatta con le traduzioni di autori stranieri almeno fino alla fine degli anni sessanta. Tanto per dirne uno: Il Paese del maleficio di Ellery Queen, uno dei più significativi dell’autore proprio dal punto di vista letterario, era stato alleggerito di almeno un terzo quando uscì in Italia per la prima volta. All’insaputa dei lettori, avevano tagliato descrizioni d’ambiente, di personaggi, dialoghi. L’avevano distillato.

Forse i distillati del gruppo RCS sono distillati meglio di questo, non saprei. Il punto però è che se questi distillati fossero davvero efficaci allora perché si dovrebbe leggere l’originale? Che ci starebbe a fare, quest’ingombrante fardello?

Quando ho saputo di questa novità d’istinto mi è venuto in mente il camion dei pompieri-lanciafiamme di Fahrenheit 451. La tendenza sembrerebbe quella immaginata da Bradbury sessantatré anni fa: una progressiva erosione della letteratura. In quel romanzo si arrivava fino alla sua sostituzione col divieto. Si tratta di una distopia paradossale, assurda, ma indice di un esito che passa attraverso lo sgretolamento della scrittura e della lettura.

Ho l’impressione che questi distillati non siano che un altro mattoncino a sostegno della stoltificazione di massa. E’ vero che ci sono libri che potrebbero essere distillati senza versare una lacrima (come viene spiegato qui da Mauro di Leo), ma – almeno per me – sono quei libri che potrebbero anche non essere mai stati scritti.

Il distillato di zero è zero. Anche il suo riassunto.

mb

(originale postato su https://delittoinbianco.wordpress.com/2016/01/13/il-riassunto-di-zero/)

Niente, a proposito degli intercalari

Schizzo Scatenato 280

Schizzo Scatenato 280, pastello e grafite su carta colorata, 2014

Come dire. Essenzialmente. Diciamo. Appunto. In qualche modo. Voglio dire. Niente.

Ho sempre detestato gli intercalari, per quanto anche a me capiti di usarne. Credo che sia normale, in una conversazione: gli intercalari servono a prendere fiato mentale, a ritrovare il filo del discorso o anche solo a scegliere il termine appropriato, perciò questi automatismi irriflessi, benché inutili dal punto di vista del contenuto, sono quasi inevitabili. Fanno parte della vita. Tuttavia, mi sono fatto l’idea che quando uno ne adopera tanti, specie se sono parole o espressioni di una certa lunghezza, costui si ritrovi una certa confusione in testa e non sappia bene cosa vuole dire o come dirlo. In questo senso, quindi, gli intercalari avrebbero parecchio da rivelare su chi sta parlando.

Mi sono accorto che nei dialoghi del mio primo romanzo In Bianco, uscito di recente, non ho calcato la mano su questo diffuso tic linguistico, mentre nel secondo In Nero (di futura pubblicazione) in almeno un paio di casi sì, segno che a forza di scrivere questa faccenda è venuta a galla.

Dal canto mio, comunque, cerco di usarne il meno possibile. Se ogni tanto mi capita di cadere nel trabocchetto del come dire, mi pento subito e faccio in modo di non ripetermi. Ce ne sono poi alcuni che trovo odiosi anche più di questo e che evito come la peste. Non parlo del famoso (e credo ormai desueto) è vero, ma di quelli più moderni e in certi casi pomposi tipo essenzialmente, tendenzialmente o sostanzialmente. Al loro confronto, appunto e allora sono innocenti come bambini e anche meno fastidiosi, anche se una costellazione di appunto può richiedere l’assunzione di un antiemetico.

Di tendenzialmente è indicativa anche la scelta: perché un avverbio così lungo, che riempie la bocca in modo così pastoso? Indica l’ipertrofia del concetto delle proprie parole, quasi che uno cercasse di gonfiarle come il proprio petto sotto al doppiopetto. Anni fa, a un festival di cartoni animati in Francia, incontrai un tizio della RAI, uno della distribuzione internazionale col quale avevo appuntamento, e costui non faceva che ripeter tendenzialmente in ogni frase. Anche due volte nella stessa. Sudava. Non l’ho più visto.

Il diciamo, passabile se sporadico, diventa atroce (per me) quando si accumula. Mi capita di sentire gente intervistata, esponenti politici e altra varia umanità alla radio o in televisione che lo ripete di continuo. Diciamo, diciamo, diciamo. Sicome con l’età ho anche iniziato a parlare con questi elettrodomestici, a un certo punto esclamo: macché diciamo, dillo tu!

C’è poi il mio prediletto tra gli odiati: in qualche modo. Quest’espressione nebulosa, di cui tanti si riempiono le fauci per discettare di ciò di cui non hanno idea (in qualche modo: quale? Non si sa, ma si dice) è forse retaggio dell’anglofono somehow, ed è penetrato nell’uso corrente grazie al doppiaggio di film o a internet. C’è anche da dire che in qualche modo come intercalare, per fortuna, mi sembra più raro di altri come i giovanili ma pur sempre orrendi non esiste e voglio dire.

Ques’ultimo presenta una perfida variante in capisci cosa voglio dire in fine di frase, anch’essa – sospetto – di retaggio cinematografico hollywoodiano (d’ya know what I mean che però è molto più concisa nell’emissione fonetica, tant’è che sarebbe impossibile doppiarla letteralmente senza andare fuori sync). Non bastava un capisci, se proprio ce n’era bisogno? Del resto però, le complicazioni in chiave enfatica di certi intercalari le ho ritrovate anche in principio di frase con sono dell’opinione che/di al posto di per me (o secondo me). Qualcuno obietterà che alcuni dei miei esempi non sono intercalari, ed è vero, però possono diventarlo se chi parla li ripete in continuazione – all’inizio, nel mezzo o alla fine delle sue frasi.

Ed ecco che si arriva al niente: il punto geometrico dove si annulla l’imbarazzo di doversi esprimere. Quante volte vi è capitato di sentir rispondere all’invito prego, mi dica con un niente, [spiegazione di quello che uno desidera/sta facendo/ha progettato/eccetera]? C’è chi inizia le proprie frasi sempre con un niente (o la sua variante nulla) di qualsiasi cosa si tratti. Questo niente non è che mi piaccia tanto neanche lui ma mi fa anche tenerezza: è meno supponente degli essenzialmente, meno sballato degli in qualche modo, meno fastidioso degli affastellamenti dei come dire: è un imbarazzo più sincero, anche se dall’aspetto un tantino ottuso, e molto più conciso.

Un niente.

mb