L’Equivoco Gratuito (Lunga Vita agli AdBlocker)

UrbanAnatomySketch_01

Marco Bigliazzi, Urban Anatomy Sketch 1, pastel, pencil and ball pen on paper, 2014

gràtis voce latina divenuta italiana, sincopato da GRATIIS ablat. plur. di GRATIA grazia, favore, benevolenza, astratto di GRATUS grato […] Gratuitamente, Di pura grazia, Senza pagamento

dal Dizionario Etimologico Online

Gratis è una parola magica. Benché tutti lo sappiano, o almeno lo sospettino, queste due sillabe di nobile ascendenza latina fanno dimenticare che nessuno fa o dà mai niente per niente. Specialmente se lo dice. Ricordo un manifesto, anni fa, affisso a un muro in città con su scritto, cubitale: BIRRA GRATIS, accanto all’immagine di una bottiglia. Grazie a quest’incipit veniva spontaneo avvicinarsi e leggere il seguito, in corpo minore: Ecco, ora che abbiamo attirato la tua attenzione, vorremmo dirti che… eccetera eccetera. Non era vero che regalassero la birra, il resto non c’entrava niente, era solo un’esca e funzionava, per lo meno come richiamo. L’idea di ottenere qualcosa, qualsiasi cosa, senza pagarla è impagabile, come esca. Quest’esempio potrebbe sembrare fuorviante: ce ne sono tuttavia a migliaia di più calzanti, sparpagliati un po’ dappertutto, nel web come nel mondo vero. Tra i tanti, il primo che mi salta in mente è quello sulla pagina principale di faccialibro: Iscriviti. È gratis e lo sarà sempre.

Faccio presente che io, come Marco Bigliazzi, non faccio parte dell’allegra brigata di amichetti su fb, però com’è fatta la pagina di accesso lo so: c’è una pagina sul mio romanzo In Bianco, per esempio, che gestisco da un profilo farlocco che non uso per altro.

Il punto comunque è che, in realtà, faccialibro non è gratis, non lo è stato né, presumibilmente, lo sarà mai. Tutti i suoi milioni di utenti, chi più chi meno, l’hanno sempre pagata questa loro appartenenza al social network per eccellenza, e cara. Non si spiegherebbe come mai il fondatore della summenzionata rete sociale sia uno dei tizi più ricchi del mondo.

A quasi tutti non sembra di pagare perché a quasi nessuno interessa la propria riservatezza, la famosa privacy. Faccialibro, come moltissimi altri – primo tremendo rapace fra tutti, Google – traccia, memorizza, usa e ridistribuisce le informazioni che ricava dai suoi iscritti a esclusivo proprio vantaggio, senza che l’utente lo sappia, contando anche sul fatto che questi di norma non farà nessuno sforzo per sapere – visto che gli sarà reso difficile farlo – e, anche in quel caso, tanto se ne fregherà.

Gran parte di questi rapaci digitali in genere si nasconde dietro alla parola gratis. C’è un mucchio di servizi di tutti i tipi che cerca di farti iscrivere gratis, da linkedin al meteo, da certi forum a certi blog. Riusciranno comunque a tracciarti anche senza che t’iscriva: molte sono le tecniche, che vanno ben oltre i cookies (oggetto di una normativa europea ridicola, che ha aggiunto solo fastidio per gli utenti senza aumentarne la consapevolezza e non ha scalfito la prassi dei rapaci): beacons, supecookies, e altri aggeggi vari, tutti votati al solo scopo di redigere un profilo dell’utente con la sua storia, preferenze, dati personali e così via. Tutte informazioni da gestire in grandi quantità, in quelli che si chiamano i big data che fanno tanto gola alle grandi compagnie. Per farne cosa?

Si tratta di marketing, quella prassi che gli addetti del settore cercano di far passare per una scienza quasi esatta benché non si discosti granché dal gioco dei bussolotti. Tanti più dati avranno questi signori, comunque, tanto più riusciranno a scostarsi dai bussolotti, e cioè: quanto più si faranno gli affari tuoi (meglio se di nascosto) tanto più potranno tempestarti di pubblicità alla quale potresti essere sensibile. Lo chiamano targeted advertising o retargeting, cioè aggiustare il tiro.

Perché in fin dei conti quel che conta è la pubblicità e, in questo caso, la pubblicità in rete (online advertising). Credo che tutti abbiamo un’idea di quanto fastidiosa e intrusiva sia diventata negli anni: banner animati, pop-up, pop-under, slide-in, e molte altre piacevolezze. Dai gestori di testate d’informazione ai negozi online, praticamente tutti hanno usato e abusato di questi strumenti, che vanno di pari passo col tracciamento e la profilazione degli utenti, per spremerli ben oltre il consentito. E anche oltre la sopportazione: ecco perché da un pezzo a questa parte c’è stata una reazione e sono comparsi gli AdBlocker, i blocca-pubblicità (il primo plugin per browser che consiglierei è Ghostery, che protegge efficacemente dal tracciamento, e in aggiunta un AdBlocker vero e proprio, come AdBlock Plus, o uBlock-Origin).

Con notevole faccia di bronzo, i pubblicitari (e i loro clienti) hanno cominciato a levare alte grida di dolore alla prospettiva di un calo nella diffusione pubblicitaria e relativo fatturato, oltraggiati dagli utenti che avevano osato difendersi dal loro aggressivo malcostume. Da un parte hanno trovato qualche appoggio da gente compiacente (programmatori, altri pubblicitari) che, pur con un doveroso mea culpa ispirato dall’evidenza di fatti che non potevano essere spazzati sotto al tappeto, bollava più o meno apertamente come scroccone chiunque adoperasse un adblocker; dall’altra, sono passati alla controffensiva, e cioè hanno inventato gli anti-adblockers, cioè gli anti-bloccapubblicità, che compaiono sotto forma di cartello invasivo su certi siti avvisando di disattivare l’adblocker se si vuole proseguire (su Wired e Forbes, ad esempio).

Battaglia persa in partenza, anche questa, visto che sono subito spuntati – indovinate un po’? Gli anti-adblock-blockers, cioè i blocca-anti-blocca-pubblicità, e qui ci sarebbe da ridere ma tant’è. Sembra eccessivo? Io ritengo che sia solo normale, anzi legittimo. Sui suddetti cartelli invasivi che invitano a disattivare l’adblocker si legge spesso che la loro pubblicità non sarebbe intrusiva: pentimento tardivo da parte di chi sino a ieri si è impegnato a tracciarti, schedarti e massacrarti di pubblicità, non certo a guadagnare la tua fiducia.

Un’obiezione che viene mossa a questo punto è che la rete si regge sulla pubblicità; anche siti d’informazione con contenuti rilevanti e di qualità (non il diffusissimo ciarpame di stoltificazione di massa) vivrebbero di questa. La mia risposta è: e allora? Bisognerebbe che quei siti fossero a pagamento, anche basso. Per togliere la pubblicità dal proprio blog su WordPress, ad esempio, basta pagare una piccola quota annuale. Se nessuno vuole spendere un centesimo per qualcosa che vale o che gli sta a cuore, questo qualcosa per me non ha ragione d’esistere gratis, visto che poi, tanto, gratis non è.

Sarebbe l’ora di sbarazzarsi di quest’equivoco. È gratis!

mb

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