Mentire sapendolo

Marco Bigliazzi, Schizzo addormentato 2, pastello, biro e matita su carta, 2014

Marco Bigliazzi, Schizzo addormentato 2, pastello, biro e matita su carta, 2014

Ci sono frasi in cui mi capita spesso d’imbattermi che, immancabilmente, mi suonano storte; un inciampo logico nella ritmica del pensiero, un po’ come se in un pezzo di musica il batterista andasse per un momento fuori tempo. Le ritrovo un po’ dappertutto, dagli organi d’informazione alle discussioni quotidiane, segno che la loro diffusione è ampia e capillare.

Una di queste riguarda il mentire. Mente sapendo di mentire: quante volte si ritrova, tanto per fare un esempio, in bocca a un onorevole che parla di un nemico politico? Non mi torna mai, anche se ne capisco il senso. Mi sono chiesto perché e mi sono risposto: mentire implica di per sé la consapevolezza di dire il falso. Dunque, è perfettamente inutile, come minimo, puntualizzare che si sappia di mentire, quando lo si fa: se no, non si starebbe mentendo, ma dicendo involontariamente qualcosa di falso. Chi un tempo sosteneva che la terra fosse piatta non poteva essere accusato di mentire, casomai di essere ignorante. La frase, quindi, dal punto di vista strettamente logico non ha senso.

Ecco la definizione di mentire dal Vocabolario Treccani online: “alterare la verità, dire il falso con piena consapevolezza”. Niente da eccepire, quindi. La cosa curiosa però è che, poche righe più sotto, tra gli esempi è riportato: “mentiva sapendo di mentire, con piena coscienza e intenzione”. Cos’è? Una falla in questo poderoso utensile della lingua italiana? No: mentire sapendo di mentire sarebbe un’enfatizzazione retorica, un pleonasmo; in questo caso per sottolineare il dolo, la frequenza e la premeditazione nel compiere l’atto o la gravità della menzogna.

Quest’interpretazione ha senz’altro un suo senso ma, per lo meno alle mie orecchie, non salva la stortura della frase. Anche perché quest’uso retorico della lingua mi suona tronfio, sovraccarico: inutile, in fin dei conti; forse perché inflazionato, cioè usato tanto spesso da perdere valore come coloritura del discorso. Ecco forse perché nel mio romanzo In Bianco, che è un giallo e dove ci sono dei mentitori, non l’ho mai adoperata; anche se, a ben guardare, avrei forse potuto metterla in bocca a qualcuno dei personaggi, in qualche dialogo.

Per restare nei pleonasmi dello stesso tipo, comunque, preferisco di gran lunga il vituperato a me mi di scolastica memoria: accettato perfino dall’Accademia della Crusca, come rafforzativo del pronome, è meno pomposo, più spontaneo e più succinto.

A me, mi piace molto di più.

mb

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