Il riassunto di zero

Distillati

Ho sempre avuto qualche problema coi riassunti. No, alle elementari mi risucivano, o almeno questo è quel che mi ricordo, il punto è un altro: è che, da quando ho dismesso i panni del ragazzino, l’idea di riassunto m’imbarazza. Chi ha scritto un romanzo sa che è difficilissimo farne una sinossi; certo, col tempo s’impara, ma da quel che leggo in rete pare che sia il cruccio di parecchi autori. Io stesso ci ho messo un po’ a scrivere la sinossi del mio thriller In Bianco. Nella mia veste di cartonanimataro – autore e regista – ho dovuto presentare sinossi dei miei progetti di film e serie televisive a potenziali coproduttori, così come ne ho lette da parte loro. Tuttavia, queste sinossi erano presentazioni riassuntive del progetto, non del prodotto – e c’è una bella differenza.

Per tornare ai riassunti in senso proprio, a tutti sarà capitato che qualcuno vi chieda com’è andato a finire un film che per qualche motivo non ha seguito sino in fondo (perché si è addormentato, è saltata la corrente, ecc.). Oppure che inizi a parlarvi del libro che sta leggendo o che ha appena terminato con dovizia di particolari – trama, personaggi, drammatizzazione di certe scene con l’ausilio di efficace mimica e gestualità. Ecco, questi sono due casi che mi mettono in crisi. Il secondo, perché non voglio che mi si racconti un libro o un film: fintantoché mi si dice in breve di che si tratta, tutto bene, mi è utile per poter scegliere; ma non andate oltre, grazie. Non si può descrivere un’opera senza mutilarla e distruggerla. Se no, non ci sarebbe bisogno di musei e biblioteche. Per questo stesso motivo, credo, vado nel pallone nel primo caso, cioè quando mi si chiede di raccontare riassumendo. Forse è solo un problema mio, che non riesco a trovare il giusto mezzo tra didascalia lapidaria e compendio prolisso, o magari sono solo pigro.

Comunque sia, queste riflessioni mi sono state innescate da una novità di questi giorni, quella dei Distillati, iniziativa di una casa editrice del gruppo RCS: grandi bestseller in meno della metà delle pagine. Un modo per avvicinare alla lettura gente sempre più frettolosa e senza un minuto da perdere? Che ha smarrito l’abitudine a leggere? Il sistema per vendere qualche titolo in più?

Sul loro sito, ci tengono a sottolineare che hanno ridotto le pagine, non il piacere: i libri sono distillati, non riassunti. Quest’ultima precisazione è rivelatrice: il riassunto è qualcosa di negativo, fa pensare ai bignamini dei tempi del liceo, mentre viene assicurato che l’atmosfera, le emozioni, la suspense e lo stile dell’autore vengono mantenuti inalterati. Non si tratterebbe di riassunti né di edizioni semplificate: per indicare questo miracolo editoriale è stata scelta una parola magica: distillato. Il distillato è il buono quintessenziale, il meglio del meglio, qualcosa come la grappa a partire dalle vinacce. Un alieno studioso di terrestri e profondo conoscitore dei loro costumi ma all’oscuro dei meccanismi del marketing potrebbe concludere che allora il libro distillato dev’essere migliore dell’originale. Il termine in effetti dice proprio questo.

Essendo un po’ più smaliziati dello studioso alieno (spero) tutti sappiamo che non è così, che si tratta di un trucco promozionale per lanciare un prodotto laddove parole come riassunto e bignami stanno dietro l’angolo della coscienza anche del lettore più distratto. Ma diciamolo: in fin dei conti, sempre di un riassunto si tratta; fatto con attenzione, magari rispettoso, ma pur sempre un riassunto. O un’edizione semplificata – si potrebbe dire alleggerita.

Il che non sarebbe neanche una gran novità. Nella narrativa di genere, quella gialla ad esempio, è un’operazione che è stata fatta con le traduzioni di autori stranieri almeno fino alla fine degli anni sessanta. Tanto per dirne uno: Il Paese del maleficio di Ellery Queen, uno dei più significativi dell’autore proprio dal punto di vista letterario, era stato alleggerito di almeno un terzo quando uscì in Italia per la prima volta. All’insaputa dei lettori, avevano tagliato descrizioni d’ambiente, di personaggi, dialoghi. L’avevano distillato.

Forse i distillati del gruppo RCS sono distillati meglio di questo, non saprei. Il punto però è che se questi distillati fossero davvero efficaci allora perché si dovrebbe leggere l’originale? Che ci starebbe a fare, quest’ingombrante fardello?

Quando ho saputo di questa novità d’istinto mi è venuto in mente il camion dei pompieri-lanciafiamme di Fahrenheit 451. La tendenza sembrerebbe quella immaginata da Bradbury sessantatré anni fa: una progressiva erosione della letteratura. In quel romanzo si arrivava fino alla sua sostituzione col divieto. Si tratta di una distopia paradossale, assurda, ma indice di un esito che passa attraverso lo sgretolamento della scrittura e della lettura.

Ho l’impressione che questi distillati non siano che un altro mattoncino a sostegno della stoltificazione di massa. E’ vero che ci sono libri che potrebbero essere distillati senza versare una lacrima (come viene spiegato qui da Mauro di Leo), ma – almeno per me – sono quei libri che potrebbero anche non essere mai stati scritti.

Il distillato di zero è zero. Anche il suo riassunto.

mb

(originale postato su https://delittoinbianco.wordpress.com/2016/01/13/il-riassunto-di-zero/)

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