Sagra di Ecologia & Patriottismo

Si rinnova anche quest’anno la Sagra di Ecologia & Patriottismo, che porta sopra alle vostre testoline le evoluzioni degli eroici avieri, con in più: gratuito e rombante scompenso acustico, ingorghi-passatempo su tutta la viabilità e un marginale ma ardito manipolo di criptofascitelli commossi dalle scie colorate che si disegnano vittoriose negl’Italici Cieli. Gadget: scie patriottiche anche in confezione spray.

Marius Marenco: Sfranta

Prof. Marius Marenco – Sfranta

Per quanto non possa definirmi un appassionato di poesia, ritengo di un certo interesse riportare qui la versione radiofonica originale, appena un po’ pettinata, di Sfranta, composizione di uno dei pochissimi poeti che apprezzo, Marius Marenco – pseudonimo del poliedrico Mario Marenco, architetto e designer in veste di poeta negli anni ’70 alla trasmissione Alto Gradimento. Questa in particolare dovrebbe risalire a una puntata del 1974, ed eccone la fedele trascrizione:

Sfranta

Chi si svoglia di mattina con un inguercibile sgatoscio
che gli ingromma il cardio
siede stronco sul bordio del giaculo orando
e occhia il metrotempo
e occhia il metrotempo

Di poi si leva sfrantato sfrecchiandosi le giùntule
slurfando in bagorda sòrbore di aria
sghiozza un lamento
mascio, mascio
di neretto poco dolce e mezzo freddo
lo slaga mezzo nel piàttulo, mezzo nel màrmore…

In appresso suscitandosi si scartoccia dal bugo
balzellando nelle antaie sgranfolia in paccheggio
mascio, mascio
di sigarios scavallandoli in petto col tabacchio

Però essere bastote come assegio di lavùrio
e satisfa il cardio rientrar
in elevamotore,
in elevamotore
nella mochettura conforto ove
mascio, mascio
agonar nella pigrozza
in fin’al tramuncio
e tripudiar la cena, le cine
e via nottàr lo sfumabuio
e occhia il metrotempo

Disleva giorno
come la tempazza di mai…

Nota filologica: altrove – come nel libro dello stesso Marenco Lo Scarafo nella brodazza (Rizzoli, 1977) – questa poesia è presente col titolo de Lo sgatoscio e differisce leggermente anche nel testo. Tuttavia, ho preferito riportare la versione radiofonica, che viene annunciata come Sfranta direttamente dal Poeta stesso poco prima di iniziare la commovente  recitazione.

Vivere Bio: Deodorante per Ambienti al Tonno Naturale

NOVITA’ – Una nuova fragranza tutta particolare per la casa, il Deodorante per Ambienti al Tonno Naturale nel suo pratico ed elegante diffusore, adatto dalla toilette alla sala, dal ripostiglio alla camera da letto, conferisce un tocco d’originalità e fantasia a ogni abitazione. Disponibile anche nelle versioni Stoccafisso Ammollato e Cozza Spiaggiata.

La Chanson du Decervelage

Alfred Jarry (1873-1907) è stato un personaggio che, come si può arguire dalle date tra parentesi, è campato poco. Fuori dalle parentesi, però, ha lasciato tanto – almeno per chi lo vede, questo tanto. Basterebbe la Patafisica (ovvero, la scienza delle soluzioni immaginarie) a renderlo importante (o immortale, per gli appassionati d’eternità).

Tra le molte altre cosette lasciateci da Jarry, c’è la Chanson du décervelage, tratta da Ubu Cocu (Ubu cornuto), secondo episodio della serie dedicata a Ubu. Questa versione, musicata da Charles Pourny e Claude Terrasse, è eseguita dal Coro e Orchestra del Cymbalum Pataphysicum. Una versione meno recente è questa, registrata nel 1951 dal Chœur du Collège de Pataphysique:

Ce n’è poi una versione tutta italiana, intitolata Decervellamento, rivista, riscritta ed eseguita da Vinicio Capossela nel suo album Canzoni a Manovella del 2000:

Ed ecco il testo originale di Alfred:

La Chanson du décervelage

Je fus pendant longtemps ouvrier ébéniste,
Dans la ru’ du Champ d’Mars, d’la paroiss’ de Toussaints.
Mon épouse exerçait la profession d’modiste,
  Et nous n’avions jamais manqué de rien. —
  Quand le dimanch’ s’annonçait sans nuage,
  Nous exhibions nos beaux accoutrements
  Et nous allions voir le décervelage
  Ru’ d’l’Échaudé, passer un bon moment.
              Voyez, voyez la machin’ tourner,
              Voyez, voyez la cervell’ sauter,
              Voyez, voyez les Rentiers trembler ;
(Chœurs) :  Hourra, cornes-au-cul, vive le Père Ubu !

Nos deux marmots chéris, barbouillés d’confitures,
Brandissant avec joi’ des poupins en papier,
Avec nous s’installaient sur le haut d’la voiture
  Et nous roulions gaîment vers l’Échaudé. —
  On s’précipite en foule à la barrière,
  On s’fich’ des coups pour être au premier rang ;
  Moi je m’mettais toujours sur un tas d’pierres
  Pour pas salir mes godillots dans l’sang.
              Voyez, voyez la machin’ tourner,
              Voyez, voyez la cervell’ sauter,
              Voyez, voyez les Rentiers trembler ;
(Chœurs) :  Hourra, cornes-au-cul, vive le Père Ubu !

Bientôt ma femme et moi nous somm’s tout blancs d’cervelle,
Les marmots en boulott’nt et tous nous trépignons
En voyant l’Palotin qui brandit sa lumelle,
  Et les blessur’s et les numéros d’plomb. —
  Soudain j’perçois dans l’coin, près d’la machine,
  La gueul’ d’un bonz’ qui n’m’revient qu’à moitié.
  Mon vieux, que j’dis, je r’connais ta bobine,
  Tu m’as volé, c’est pas moi qui t’plaindrai.
              Voyez, voyez la machin’ tourner,
              Voyez, voyez la cervell’ sauter,
              Voyez, voyez les Rentiers trembler ;
(Chœurs) :  Hourra, cornes-au-cul, vive le Père Ubu !

Soudain j’me sens tirer la manch’ par mon épouse :
Espèc’ d’andouill’, qu’ell’m’dit, v’là l’moment d’te montrer :
Flanque-lui par la gueule un bon gros paquet d’bouse,
  V’là l’Palotin qu’a just’ le dos tourné. —
  En entendant ce raisonn’ment superbe,
  J’attrap’ sus l’coup mon courage à deux mains :
  J’flanque au Rentier une gigantesque merdre
  Qui s’aplatit sur l’nez du Palotin.
              Voyez, voyez la machin’ tourner,
              Voyez, voyez la cervell’ sauter,
              Voyez, voyez les Rentiers trembler ;
(Chœurs) :  Hourra, cornes-au-cul, vive le Père Ubu !

Aussitôt j’suis lancé par-dessus la barrière,
Par la foule en fureur je me vois bousculé
Et j’suis précipité la tête la première
  Dans l’grand trou noir d’ous qu’on n’revient jamais. —
  Voilà c’que c’est qu’d’aller s’prom’ner l’dimanche
  Ru’ d’l’Échaudé pour voir décerveler,
  Marcher l’Pinc’-Porc ou bien l’Démanch’-Commanche,
  On part vivant et l’on revient tudé.
              Voyez, voyez la machin’ tourner,
              Voyez, voyez la cervell’ sauter,
              Voyez, voyez les Rentiers trembler ;
(Chœurs) :  Hourra, cornes-au-cul, vive le Père Ubu !

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La cui traduzione fedele suona così:

MEMNON
Per molto tempo fui operaio ebanista
In via Campo di Marte, parocchia d’Ognissanti;
La mia sposa faceva la modista,
E in questo modo si tirava avanti.
Quando la domenica s’annunciava serena
Sfoggiavamo i vestiti della festa,
Andavamo a veder decervellare
In via dell’Echaudé, tanto per fare.
Vedete, vedete la macchina girare,
Vedete, vedete il cervello schizzare,
Vedete, vedete il riccone tremare…

I PALOTINI
Urrà! Corna in culo! Viva il Padre Ubu!

MEMNON
I nostri due marmocchi impiastricciati,
Brandendo lieti i giocattoli di carta
S’installavan con noi sulla vettura,
E correvamo felici in via Echaudé,
E lì a precipizio tutti allo steccato
Menando colpi per la prima fila.
Io stavo sempre su un mucchio di sassi
Per non sporcar di sangue gli scarponi
Vedete, vedete la macchina girare,
Vedete, vedete il cervello schizzare,
Vedete, vedete il riccone tremare…

I PALOTTINI
Urrà! Corna in culo! Viva il Padre Ubu!

MEMNON
Eccoci, me e mia moglie, bianchicci di cervella:
I marmocchi ne mangiano, e noi ci eccitiamo
Vedendo il palottino brandir la sua lumella
E le ferite e i piombi ci godiamo.
Poi vedo in un angolo, alla macchina vicino
Un brutto ceffo che mi torna poco.
Riconosco il tuo grugno, caro mio,
M’hai derubato, non mi fai certo pena.
Vedete, vedete la macchina girare,
Vedete, vedete il cervello schizzare,
Vedete, vedete il riccone tremare…

I PALOTINI
Urrà! Corna in culo! Viva il Padre Ubu!

MEMNON
A un tratto per la manica mi sento tirare
Dalla mia sposa; fatti avanti salame, questo è il momento!
Sbattigli sul muso una merda di vacca,
Ora che il Palotino s’è girato in là!
Sentendo questo ragionamento superbo,
Prendo sul colpo il coraggio a due mani,
Schiaffo verso il riccone una gran merda
Che sul naso al Palotino si spatacca.

I PALOTINI E MEMNON
Vedete, vedete la macchina girare,
Vedete, vedete il cervello schizzare,
Vedete, vedete il riccone tremare…

MEMNON
Subito oltre il recinto son scaraventato
Dalla folla infuriata mi sento strapazzato,
E son precipitato a testa in giù
Nel gran buco nero da cui non torni più.
Ecco che cosa capita se passeggi la domenica
In via dell’Echaudé per vedere decervallare,
Funzionare il Pinza-Porco o la Dimenca-Menca:
Si parte vivi e si ritorna morti!

I PALOTTINI E MEMNON
Vedete, vedete la macchina girare,
Vedete, vedete il cervello schizzare,
Vedete, vedete il riccone tremare…
Urrà! Corna in culo! Viva il Padre Ubu!

 

L’Uomo nell’alto baccello

In una società dove i mass media sono livellati a uno standard di qualità e contenuti dal quale non ci si può scostare, un colosso del commercio in rete che sta sbaragliando i concorrenti anche fuori dalla rete, grazie allo sfruttamento dei propri dipendenti, mette in scena una produzione apparentemente tratta da un noto libro di uno scrittore di fantascienza di culto.

No, questo è quel che succede oggi, non è il soggetto di The Man In The High Castle, la serie prodotta da Amazon e arrivata alla terza stagione (attualmente in produzione) liberamente tratta dal libro omonimo di Philip K. Dick, apparso in Italia inizialmente come La svastica sul sole e ripubblicato anche col titolo originale de L’uomo nell’alto castello.

Perché ho usato il simpatico gioco di parole tra castello e baccello nel titolo di questo post? Perché per fare questa serie, per come è venuta fuori, non c’era bisogno di ispirarsi, per quanto liberamente, al libro di Dick. Quest’ispirazione infatti è talmente superficiale da risultare più che altro un pretesto di marketing. Il punto non è di quanto una trasposizione audiovisiva di un libro possa – o debba – scostarsi dall’originale ma, in questo caso, c’era davvero bisogno di prendere il libro di Dick per fare questa roba? Se infatti si toglie il titolo, i nomi di alcuni dei personaggi, qualche somiglianza contenutistica e poco altro, non resta che il copione consolidato delle produzioni americane (e americanoidi) che, nel caso delle serie, risulta il consueto brodo allungato di temi da soap opera – a volte più avventurosa, a volte più comica, a volte più tragica o anche mistica.

Se togliamo il fortissimo assunto di base della serie, e cioè l’ucronia rappresentata da un mondo in cui le potenze dell’Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale – che è quello del libro di Dick e di altri romanzi di storia alternativa – resta molto poco. Cioè, molto in termini di standard di produzione – effetti speciali di altissimo livello, fotografia professionalmente impeccabile, stile Nazi d’indubbio e funesto fascino visivo – poco per tutto il resto. Un mucchio di temi del libro di Dick, che non è un romanzo d’azione ma casomai più introspettivo, speculativo e disteso, neanche compare o, se lo fa, lo fa di sfuggita, in modo futile, mentre altri vengono ingigantiti o stravolti solo per esigenze (anche ridicole) spettacolari o di sviluppo di una trama da trascinare per il maggior numero di episodi possibile – fato, quest’ultimo, riservato a praticamente tutte le serie di produzione statunitense (si vedano, per esempio, il The Office britannico e la sua rifrittura americana: 14 episodi la prima serie, 201 la seconda).

Ora, anche un bel film come Blade Runner è molto liberamente tratto da un libro di Dick o, meglio, da un suo sottoinsieme: il romanzo sviluppa temi, personaggi e situazioni di natura mistico-politica che neanche compaiono nel film. Ma in questo caso non solo non è stato mantenuto il titolo – che sarebbe cosa da poco – ma soprattutto non si è allungato il brodo (al punto che, per me, il film è persino migliore del libro; cosa che può capitare, anche se di rado, come nel caso di Psycho di Hitchcock rispetto al pur buon romanzo di Robert Bloch che gli sta sotto).

The Man In The High Castle non è una serie peggiore di altre, benché – almeno per me – non memorabile, anche perché, dopo i primissimi episodi, viene fuori la soap-spy-opera, in cui Philip Dick si stempera fino a scomparire per allinearsi alla media delle produzioni americane standard.

Ecco perché, come titolo, mi piace di più L’uomo nell’alto baccello.

mb

Agguato tra i tamburi | Ambush in the Drums

Una foto di me tra i tamburi scattata durante le registrazioni del disco dei Parafulmini Tenere Fuori Dalla Portata Dei Bambini il gennaio scorso.

Me at the drums in a photo shot during the recording of Keep Out Of Reach Of Children, the Parafulmini‘s album.

Ipocrisia + ricatto = pubblicità

Cercando in rete informazioni su un’ennesima, eccitante novità tecnologica inventata dal governo (leggi: elettroburocrazia inutile e malfunzionante), la cosiddetta Carta del Docente (che meriterebbe da sola un’articoletto di fantapolitica), mi sono imbattuto nel seguente cartello:

ipocriti

Il sito in questione è Blasting News che, come molti altri, ha deciso di giocare la carta del vittimismo per colpevolizzare gli utenti che legittimamente si difendono dall’invasione della propria riservatezza (leggi: tracciamento e profilazione, perlopiù a loro insaputa) e da una pubblicità sempre più martellante e intrusiva.

Ho già scritto altrove a proposito degli AdBlocker, ossia i blocca pubblicità, della guerra che si è scatenata loro intorno e del perché essi non possano essere considerati fuorilegge né moralmente discutibili. Qui mi limiterò a tradurre il simpatico cartello:

ipocrititraduzione

Ecco. E’ chiaro infatti che non può essere in nessun caso colpa tua, utente, se un datore di lavoro decide di licenziare qualcuno o se la sua azienda va a rotoli perché non riesce a stare in piedi senza tracciarti, profilarti o martellarti. Di che si tratta allora? Di ipocrisia e ricatto, gli ingredienti di cui – almeno in casi come questo – è fatta la pubblicità.

mb