In Nero alle Officine Garibaldi

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E’ risaputo: a meno che non si tratti di un autore già molto noto, preferibilmente anche un personaggio radiofonico o – meglio – televisivo, alle presentazioni dei libri non ci va quasi nessuno. Ci sono editori che sperano nelle cerchie personali dell’autore – quelle familiari o di faccialibro – per vendere qualche copia.

Ma tant’è, pare che le presentazioni vadano fatte. C’è anche chi ci si diverte, ad innaffiare il proprio io con le chiacchiere letterarie. Buon per lui. Per me è più o meno come fare il piazzista e interessante nello stesso modo.

Eccomi quindi in questi panni, in questo periodo, stavolta all’auditorium delle Officine Garibaldi, un nuovissimo centro polifunzionale in via Gioberti 39, a Pisa, dove venerdì prossimo, il 24 novembre alle 17:30, presenterò il mio secondo romanzo, In Nero.

E ho già scritto il terzo In Rosso. Un altro articolo per piazzisti.

mb

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In Nero: in uscita

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Esce finalmente in questi giorni, per i tipi della fiorentina Lorenzo de’ Medici Press, In nero, il mio secondo romanzo giallo. Anche in questo caso il protagonista è l’architetto Saverio Zefiro, e la storia si svolge un bel po’ prima e un po’ dopo a quella di In bianco, dove Saverio aveva fatto il suo esordio. Tra parentesi, anche In bianco verrà ripubblicato prossimamente da LdM Press, in una nuova edizione riveduta; il tutto nel quadro della possibile pubblicazione dell’intera trilogia basata sull’architetto Zefiro, con In Bianco, In nero e In Rosso.

Come di prassi in questi casi, inizierà quindi nei prossimi mesi l’odissea delle presentazioni di In nero, delle quali verrà data tempestiva notizia.

Quindi, ci vediamo lì, se vi va. Sarete i benvenuti.

mb

Corsi – 1

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Per l’anno accademico 2017-18, a partire dalla seconda metà di ottobre, terrò il corso di videografica presso l’Accademia di Belle Arti Alma Artis di Pisa. Il programma, in breve, prevederà la realizzazione del teaser per la presentazione dell’idea di una serie originale d’animazione.

Un blog per Taratabong

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Dopo qualche anno da quando andò in onda (su Rai 3) il primo episodio, ecco online il sito/blog dedicato a Taratabong! Il Mondo dei Musicilli, la serie animato che ho creato insieme a Fabrizio Bondi e diretto per 52 episodi, con le musiche di Patrizio Fariselli e che al momento è trasmessa un po’ in tutto il mondo (ma non in Italia).

Some years after the airing of the first episode, the website/blog of Taratabong! The World of Meloditties is now online, the series that I created with Fabrizio Bondi and directed for 52 episodes, with the music by Patrizio Fariselli, still broadcasted all over the world (except Italy).

Grafica & Tamburi

Da quando ero un segaligno dodicenne suono la batteria. Fra breve, tra parentesi, uscirà il disco dei Parafulmini, la band in cui scrivo musichette e percuoto pelli e metalli, Tenere Fuori Dalla Portata Dei Bambini. Questa, comunque, è solo una breve riflessione, gratis, sulle percussioni – specie per quel che riguarda tamburi e piatti.

Ho sempre avuto l’impressione, suonando o ascoltando un brano di musica, che i suoni di tamburi e piatti (in particolare l’hi-hat e il ride, ma anche certi china type) equivalessero alle linee grafiche, ai tratti di un disegno: come dire che la batteria traccia i contorni mentre altri strumenti non percussivi forniscono le campiture.

Chissà. Forse sarà anche perché disegno, anche da prima che iniziassi a suonare la batteria, che mi vengono in mente cose del genere. Però, non mi sembrano poi tanto fuori dal vaso – o, meglio, fuori tempo.

mb

In Nero all’orizzonte

E’ ancora prematura come notizia, lo so, ma insomma, ecco qua: dopo In Bianco, un altro episodio della vita dell’architetto Saverio Zefiro è all’orizzonte – un altro romanzo giallo che stavolta è nero. A quanto pare, infatti, In Nero dovrebbe uscire verso novembre 2017. Tra parentesi, lo stesso In Bianco verrà successivamente presentato in una nuova edizione. Naturalmente verranno dati dettagli e conferma su queste paginette – o anche su altre appositamente dedicate.

mb

Non solo analfabeti

Marco Bigliazzi, Urban Anatomy Sketch 3, 2014

Da qualche tempo, per i motivi che ho esposto qui, ho aperto un profilo faccialibro, ancorché farlocco, e di conseguenza sono venuto a contatto con la sociologia social. Benché io sia ben lungi dal reputarmi un antropologo anche di livello amatoriale, ne ho viste di cose che – benché a posteriori tutto sommato banali nel senso che già si poteva ben immaginarsele – creano sempre una certa sorpresa o costernazione, quando ce le si trovi davvero davanti.

Tra le tante (e ormai ben note: dal razzi-fascismo al qualunquismo ascientifico a un assortimento di fanatismi complottoidi) su tutte impera l’apparente, disastroso analfabetismo di gran parte dei faccialibrini. Ben al di là della semplice sgrammaticatura o del refuso, questi esempi che fanno apparire la congiuntivite fantozziana un’Accademia della Crusca varcano l’orizzonte degli eventi del buco nero della pura ignoranza.

Ho scritto apparente non per soverchia fiducia nelle facoltà linguistiche dei miei compatrioti, ma perché ritengo che la gran parte di questi errori/orrori sia da imputare, oltre che al suddetto e indiscutibile pozzo nero di scienza grammaticale, alla foga di manifestarsi. E’ vero: il massacro degli ausiliari essere e avere (è come congiunzione, ho come disgiunzione, e-o-ai-anno & c. come verbi) è compiuto – e forse dipende anche da regionalismi non trattati; il condizionale è spesso un apparecchio per rinfrescare l’aria; la consecutio per carità, meglio la persecutio.

Tuttavia, ho l’impressione che il meccanismo soggiacente a tanto stupro (formale: ma non solo) sia dato in buona misura dall’urgenza di rispondere a tono, di affermare il proprio punto,  di non farsi mettere i piedi in testa senza perder tempo in ragionamenti – e difatti proprio questi vanno a farsi friggere. Una specie di talk show col monitor in cui chi scrive lo fa nel privato del proprio giramento di scatole e delle proprie coronarie ingrossate, senza por tempo in mezzo tra una stoccata e l’altra. Cercar di scrivere correttamente, in questo senso, non sarebbe solo un vezzo da eruditi, ma – in sovrappiù – una forma di rispetto per l’interlocutore. Anche quando quest’ultimo di rispetto non ne meriti granché.

Perciò, ben lungi dall’essere solo un fatto di natura formale determinato da cause formali, si tratta di un sintomo sinistro specifico di questi social, proprio per il meccanismo con cui funzionano.

Non solo analfabetismo, insomma.

mb

 

Sagra di Ecologia & Patriottismo

Si rinnova anche quest’anno la Sagra di Ecologia & Patriottismo, che porta sopra alle vostre testoline le evoluzioni degli eroici avieri, con in più: gratuito e rombante scompenso acustico, ingorghi-passatempo su tutta la viabilità e un marginale ma ardito manipolo di criptofascitelli commossi dalle scie colorate che si disegnano vittoriose negl’Italici Cieli. Gadget: scie patriottiche anche in confezione spray.

Marius Marenco: Sfranta

Prof. Marius Marenco – Sfranta

Per quanto non possa definirmi un appassionato di poesia, ritengo di un certo interesse riportare qui la versione radiofonica originale, appena un po’ pettinata, di Sfranta, composizione di uno dei pochissimi poeti che apprezzo, Marius Marenco – pseudonimo del poliedrico Mario Marenco, architetto e designer in veste di poeta negli anni ’70 alla trasmissione Alto Gradimento. Questa in particolare dovrebbe risalire a una puntata del 1974, ed eccone la fedele trascrizione:

Sfranta

Chi si svoglia di mattina con un inguercibile sgatoscio
che gli ingromma il cardio
siede stronco sul bordio del giaculo orando
e occhia il metrotempo
e occhia il metrotempo

Di poi si leva sfrantato sfrecchiandosi le giùntule
slurfando in bagorda sòrbore di aria
sghiozza un lamento
mascio, mascio
di neretto poco dolce e mezzo freddo
lo slaga mezzo nel piàttulo, mezzo nel màrmore…

In appresso suscitandosi si scartoccia dal bugo
balzellando nelle antaie sgranfolia in paccheggio
mascio, mascio
di sigarios scavallandoli in petto col tabacchio

Però essere bastote come assegio di lavùrio
e satisfa il cardio rientrar
in elevamotore,
in elevamotore
nella mochettura conforto ove
mascio, mascio
agonar nella pigrozza
in fin’al tramuncio
e tripudiar la cena, le cine
e via nottàr lo sfumabuio
e occhia il metrotempo

Disleva giorno
come la tempazza di mai…

Nota filologica: altrove – come nel libro dello stesso Marenco Lo Scarafo nella brodazza (Rizzoli, 1977) – questa poesia è presente col titolo de Lo sgatoscio e differisce leggermente anche nel testo. Tuttavia, ho preferito riportare la versione radiofonica, che viene annunciata come Sfranta direttamente dal Poeta stesso poco prima di iniziare la commovente  recitazione.

Vivere Bio: Deodorante per Ambienti al Tonno Naturale

NOVITA’ – Una nuova fragranza tutta particolare per la casa, il Deodorante per Ambienti al Tonno Naturale nel suo pratico ed elegante diffusore, adatto dalla toilette alla sala, dal ripostiglio alla camera da letto, conferisce un tocco d’originalità e fantasia a ogni abitazione. Disponibile anche nelle versioni Stoccafisso Ammollato e Cozza Spiaggiata.

La Chanson du Decervelage

Alfred Jarry (1873-1907) è stato un personaggio che, come si può arguire dalle date tra parentesi, è campato poco. Fuori dalle parentesi, però, ha lasciato tanto: basterebbe la Patafisica (ovvero, la scienza delle soluzioni immaginarie) a renderlo immortale (per gli appassionati d’eternità).

Tra le molte altre cosette lasciateci da questo signore c’è la Chanson du décervelage, tratta da Ubu Cocu (Ubu cornuto), secondo episodio della serie di drammi dedicata a Ubu. Questa versione, musicata da Charles Pourny e Claude Terrasse, è eseguita dal Coro e Orchestra del Cymbalum Pataphysicum. Una versione meno recente è questa, registrata nel 1951 dal Chœur du Collège de Pataphysique:

Ce n’è poi una versione tutta italiana, intitolata Decervellamento, rivista, riscritta ed eseguita da Vinicio Capossela nel suo album Canzoni a Manovella del 2000:

Ed ecco il testo originale di Monsieur Alfred:

La Chanson du décervelage

Je fus pendant longtemps ouvrier ébéniste,
Dans la ru’ du Champ d’Mars, d’la paroiss’ de Toussaints.
Mon épouse exerçait la profession d’modiste,
  Et nous n’avions jamais manqué de rien. —
  Quand le dimanch’ s’annonçait sans nuage,
  Nous exhibions nos beaux accoutrements
  Et nous allions voir le décervelage
  Ru’ d’l’Échaudé, passer un bon moment.
              Voyez, voyez la machin’ tourner,
              Voyez, voyez la cervell’ sauter,
              Voyez, voyez les Rentiers trembler ;
(Chœurs) :  Hourra, cornes-au-cul, vive le Père Ubu !

Nos deux marmots chéris, barbouillés d’confitures,
Brandissant avec joi’ des poupins en papier,
Avec nous s’installaient sur le haut d’la voiture
  Et nous roulions gaîment vers l’Échaudé. —
  On s’précipite en foule à la barrière,
  On s’fich’ des coups pour être au premier rang ;
  Moi je m’mettais toujours sur un tas d’pierres
  Pour pas salir mes godillots dans l’sang.
              Voyez, voyez la machin’ tourner,
              Voyez, voyez la cervell’ sauter,
              Voyez, voyez les Rentiers trembler ;
(Chœurs) :  Hourra, cornes-au-cul, vive le Père Ubu !

Bientôt ma femme et moi nous somm’s tout blancs d’cervelle,
Les marmots en boulott’nt et tous nous trépignons
En voyant l’Palotin qui brandit sa lumelle,
  Et les blessur’s et les numéros d’plomb. —
  Soudain j’perçois dans l’coin, près d’la machine,
  La gueul’ d’un bonz’ qui n’m’revient qu’à moitié.
  Mon vieux, que j’dis, je r’connais ta bobine,
  Tu m’as volé, c’est pas moi qui t’plaindrai.
              Voyez, voyez la machin’ tourner,
              Voyez, voyez la cervell’ sauter,
              Voyez, voyez les Rentiers trembler ;
(Chœurs) :  Hourra, cornes-au-cul, vive le Père Ubu !

Soudain j’me sens tirer la manch’ par mon épouse :
Espèc’ d’andouill’, qu’ell’m’dit, v’là l’moment d’te montrer :
Flanque-lui par la gueule un bon gros paquet d’bouse,
  V’là l’Palotin qu’a just’ le dos tourné. —
  En entendant ce raisonn’ment superbe,
  J’attrap’ sus l’coup mon courage à deux mains :
  J’flanque au Rentier une gigantesque merdre
  Qui s’aplatit sur l’nez du Palotin.
              Voyez, voyez la machin’ tourner,
              Voyez, voyez la cervell’ sauter,
              Voyez, voyez les Rentiers trembler ;
(Chœurs) :  Hourra, cornes-au-cul, vive le Père Ubu !

Aussitôt j’suis lancé par-dessus la barrière,
Par la foule en fureur je me vois bousculé
Et j’suis précipité la tête la première
  Dans l’grand trou noir d’ous qu’on n’revient jamais. —
  Voilà c’que c’est qu’d’aller s’prom’ner l’dimanche
  Ru’ d’l’Échaudé pour voir décerveler,
  Marcher l’Pinc’-Porc ou bien l’Démanch’-Commanche,
  On part vivant et l’on revient tudé.
              Voyez, voyez la machin’ tourner,
              Voyez, voyez la cervell’ sauter,
              Voyez, voyez les Rentiers trembler ;
(Chœurs) :  Hourra, cornes-au-cul, vive le Père Ubu !

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La cui traduzione fedele suona così:

MEMNON
Per molto tempo fui operaio ebanista
In via Campo di Marte, parocchia d’Ognissanti;
La mia sposa faceva la modista,
E in questo modo si tirava avanti.
Quando la domenica s’annunciava serena
Sfoggiavamo i vestiti della festa,
Andavamo a veder decervellare
In via dell’Echaudé, tanto per fare.
Vedete, vedete la macchina girare,
Vedete, vedete il cervello schizzare,
Vedete, vedete il riccone tremare…

I PALOTINI
Urrà! Corna in culo! Viva il Padre Ubu!

MEMNON
I nostri due marmocchi impiastricciati,
Brandendo lieti i giocattoli di carta
S’installavan con noi sulla vettura,
E correvamo felici in via Echaudé,
E lì a precipizio tutti allo steccato
Menando colpi per la prima fila.
Io stavo sempre su un mucchio di sassi
Per non sporcar di sangue gli scarponi
Vedete, vedete la macchina girare,
Vedete, vedete il cervello schizzare,
Vedete, vedete il riccone tremare…

I PALOTTINI
Urrà! Corna in culo! Viva il Padre Ubu!

MEMNON
Eccoci, me e mia moglie, bianchicci di cervella:
I marmocchi ne mangiano, e noi ci eccitiamo
Vedendo il palottino brandir la sua lumella
E le ferite e i piombi ci godiamo.
Poi vedo in un angolo, alla macchina vicino
Un brutto ceffo che mi torna poco.
Riconosco il tuo grugno, caro mio,
M’hai derubato, non mi fai certo pena.
Vedete, vedete la macchina girare,
Vedete, vedete il cervello schizzare,
Vedete, vedete il riccone tremare…

I PALOTINI
Urrà! Corna in culo! Viva il Padre Ubu!

MEMNON
A un tratto per la manica mi sento tirare
Dalla mia sposa; fatti avanti salame, questo è il momento!
Sbattigli sul muso una merda di vacca,
Ora che il Palotino s’è girato in là!
Sentendo questo ragionamento superbo,
Prendo sul colpo il coraggio a due mani,
Schiaffo verso il riccone una gran merda
Che sul naso al Palotino si spatacca.

I PALOTINI E MEMNON
Vedete, vedete la macchina girare,
Vedete, vedete il cervello schizzare,
Vedete, vedete il riccone tremare…

MEMNON
Subito oltre il recinto son scaraventato
Dalla folla infuriata mi sento strapazzato,
E son precipitato a testa in giù
Nel gran buco nero da cui non torni più.
Ecco che cosa capita se passeggi la domenica
In via dell’Echaudé per vedere decervallare,
Funzionare il Pinza-Porco o la Dimenca-Menca:
Si parte vivi e si ritorna morti!

I PALOTTINI E MEMNON
Vedete, vedete la macchina girare,
Vedete, vedete il cervello schizzare,
Vedete, vedete il riccone tremare…
Urrà! Corna in culo! Viva il Padre Ubu!